giovedì 17 aprile 2014

B2B e Social Media nel 2014: meno traffico, più contatti

Il B2B diventa sempre più social. Secondo i dati diffusi dal "Social Media Benchmarking Report" prodotto da B2B Marketing in collaborazione con Circle Research il 74% delle aziende B2B ha un profilo regolarmente aggiornato su Linkedin e il 73% su Twitter, mentre Facebook è usato attivamente dal 53%.

I contenuti più "engaging" sono i video che nel 55% dei casi hanno un impatto molto alto.

Per quanto riguarda gli obiettivi che le aziende si propongono di raggiungere attraverso i social, se nel 2013 generare traffico verso il sito era indicato nel 56% dei casi, nel 2014 questa percentuale è scesa al 37%, mentre è diventata prioritaria la leads generation, ovvero l'acquisizione di contatti, indicata quest'anno nel 47% dei casi (mentre l'anno scorso era al 36%).

Di seguito un' infografica che riassume le principali evidenze emerse dallo studio:

mercoledì 2 aprile 2014

La Valle d'Aosta sui Social Network

La presenza e l'interazione sui social network oltre che per le aziende, diventa fondamentale anche per i territori. Per promuoverli al meglio. TGR Valle d'Aosta ha chiesto a Reputation Manager di analizzare la presenza sui social network di una delle più belle regioni d'Italia, per capire quali sono i suoi aspetti più virali e condivisi in Rete.
Quanto è presente la Valle d'Aosta sui social network? Quali sono le pagine, i gruppi e i video più condivisi on line? Di cosa si parla?
Ecco l'analisi:



E qui trovate il  servizio di TGR Valle d'Aosta andato in onda nell'edizione delle 14:00 del 26 marzo:

martedì 25 marzo 2014

Bufale on line: chi ci crede e perché

Le persone in Rete prestano la medesima attenzione a notizie verificate che a quelle prive di fondamento, e quelli che abboccano più spesso alle bufale sono gli utenti che privilegiano i canali di informazione alternativa, dunque quelli che si direbbero più informati. E' quanto risulta dallo studio "Collective Attention in the Age of (Mis)Information" condotto da un gruppo di ricercatori delle Università di Lucca, Lione e della Northeasten di Boston.



Profili fake che parlano a nome di personaggi pubblici esistenti, false notizie lanciate da personaggi inesistenti, falsi annunci di morti, catastrofi naturali e scandali. I social network sono invasi ogni giorno da questi contenuti, che si diffondono rapidamente e in modo massiccio, grazie al meccanismo della condivisione automatica: come se, anche dalla parte di chi legge, non ci fosse un essere pensante che verifica l'informazione prima di condividerla. E' recente il caso del Senatore Cirenga che dalla sua pagina Facebook comunicava l'approvazione in Senato di un disegno di legge che stanziava 134 miliardi di euro per tutti i deputati non rieletti e rimasti senza lavoro. Il post in meno di un mese è stato condiviso 35 mila volte sull'onda dell'indignazione generale. Ma prima di indignarsi e condividere sarebbe bastato soffermarsi sul fatto che 134 miliardi di euro corrispondo a circa un decimo del nostro Pil, un valore spropositato perfino per gli sprechi a cui siamo abituati, per capire che si trattava di una notizia palesemente falsa. Oppure sarebbe bastato appurare che il Senatore Cirenga non esiste.

Ma qual è l'aspetto che fa assurgere una semplice fesseria lanciata dal singolo, allo status di bufala collettiva universalmente condivisa?

Se ci facciamo caso si tratta sempre di contenuti che fanno leva sull'emotività, prevalentemente negativa, sul pregiudizio e sulla curiosità. Per fortuna la Rete insieme al problema, fornisce anche l'antidoto, per cui così come sono cresciute, le bufale nel giro di poco si sgonfiano.

Questo meccanismo di creazione della credenza però è sempre in atto. Ed è strettamente legato al concetto di influenza delle opinioni. Qualche giorno fa discutevamo di quanto un social network come Twitter tenda ad essere "conservatore" perché nel flusso inarrestabile delle informazioni, si impongono delle opinioni dominanti, dei trend, soprattutto grazie all'azione dei cosiddetti "influencer" che riescono a far emergere in modo preminente il proprio punto di vista su quello di altri.

Anche nel semplice scambio di opinioni on line, la verità non esiste. Oppure è qualcosa di molto relativo e a volte il confine con l'informazione scorretta è molto labile, specie se il mediatore del contenuto è una persona influente che vuole far passare un determinato tipo di messaggio.  L'informazione mediata e sapientemente orientata nel dialogo quotidiano in Rete, è più pericolosa della bufala che rapidamente si diffonde e altrettanto rapidamente viene smontata.

Spesso sono i consumatori alla ricerca di informazioni su un prodotto, ad imbattersi in recensioni false, esperienze personali costruite a tavolino, e sicuramente come accade per le grandi bufale, il contenuto che più di altri fa leva sull'emotività, tipicamente l'esperienza negativa, influenza in modo più forte l'opinione finale, e le scelte di acquisto.

E' facile intuire perché anche le aziende debbano fare attenzione a queste dinamiche, evitando di assecondarle: la loro reputazione on line si basa proprio sullo scambio di opinioni e di influenza e pensare di risolvere le controversie inquinando di false opinioni (magari su un competitor) un ambiente già soggetto al rischio della falsa credenza, non giova a nessuno.







venerdì 21 marzo 2014

Twitter è conservatore? Come un'opinione si trasforma in trend

Twitter tende ad essere conservatore, "una volta che l'opinione pubblica si stabilizza, difficilmente subisce variazioni". E' quanto sostiene uno studio di due ricercatori cinesi, Fei Xiong e Liu Yun della Beijing Jiaotong University pubblicato sulla rivista scientifica Chaos.  .

I ricercatori hanno condotto lo studio su un volume di sei milioni di messaggi twittati in un arco di tempo di sei mesi e hanno organizzato i tweet in base ad argomenti, procedendo nell'analisi dell'evoluzione del sentiment espresso dagli autori dei commenti. Dall'analisi è emerso che le tendenze evolvono in maniera veloce fino a raggiungere un livello di stabilizzazione di un'idea che diventa dominante e rimane tale a lungo termine.


In questo processo di formazione dell'opinione pubblica su Twitter, che può essere preso a modello anche per altre piattaforme social, il cosiddetto "endorsement" ha una funzione fondamentale. Difatti se un'idea o un'opinione sostenuta da una minoranza viene ripresa e condivisa da più parti, questa avrà maggiori chance di creare un consenso più ampio e diventare preponderante nell'insieme variegato di opinioni, pur non raggiungendo il consenso totale.

Al contrario le porzioni di utenti che sostengono opinioni minoritarie non avranno la capacità di imporsi e stravolgere il trend in ascesa dell'idea dominante. Questa consapevolezza può essere sfruttata da società e candidati politici che possono rintracciare negli schemi di comportamento degli utenti coordinate per veicolare l'opinione pubblica, o per interpretare la reazione degli utenti alle loro mosse, iniziative o affermazioni.

Ulteriore aspetto interessante della ricerca risiede proprio nell'analisi del comportamento degli utenti di Twitter, i quali usano il social non solo per diffondere le proprie idee ma anche per scopi di apprendimento. Spesso gli utenti consultano i 'cinguettii' degli altri per sapere le ultime novità su un argomento, una notizia, una tendenza o anche per trovare conferma delle proprie idee in ciò che viene postato da altri.

Quest'ultimo aspetto potrebbe essere tenuto ulteriormente sotto osservazione dagli opinion makers affiliati ai candidati politici stessi, al fine di portare nella propria direzione l'idea politica del singolo individuo "indeciso".

Twitter e altri social networks si rivelano dunque importanti piattaforme dove si forma il consenso pubblico, che necessitano di costanti e approfondite osservazioni sul comportamento e la mentalità dei loro utenti. Si tratta di un vasto contenitore di idee e pensieri per un volume totale di 500 milioni al giorno, prodotti sottoforma di tweet da più di 500 milioni di utenti. Quale sarà il prossimo cinguettìo Tad imporsi tra tutti gli altri? Un monitoraggio continuativo di fenomeni ed eventi potrebbe avere anche una funzione predittiva, ed individuare prima i possibili topic destinati a fare "tendenza".

mercoledì 19 febbraio 2014

Attenti al lusso: Greenpeace bacchetta i big della moda alla Fashion Week

La Fashion Week apre i battenti a Milano, ma non senza polemiche. In queste ore gli attivisti di Greenpeace stanno manifestando all'interno della galleria Vittorio Emanuele contro le aziende del lusso "tossico" restie ad aderire alla campagna "Detox", lanciata nel 2011 dall'organizzazione per sensibilizzare le l'opinione pubblica e soprattutto le aziende ad una produzione responsabile e sostenibile.

La campagna nasce dalla scoperta di sostanze pericolose per la salute e l'ambiente negli abiti dei grandi marchi del lusso. L'alta moda è garanzia di fiducia per il consumatore che crede nella corrispondenza tra costi elevati e alta qualità dei materiali e della produzione, ma non è sempre così secondo i ricercatori di Greenpeace, che lo scorso 17 febbraio hanno pubblicato un rapporto che rivela una verità scomoda per i grandi brand dell'abbigliamento e preoccupante per i fashion victims.


Nel mirino di Greenpeace ci sono ben otto case di abbigliamento produttrici di abiti per bambini, tra cui Dior, Dolce & Gabbana, Giorgio Armani, Hermès, Louis Vuitton, Marc Jacobs, Trussardi e Versace. Nell'ambito dell'indagine, dal titolo "Piccola storia di una bugia alla moda", sono stati effettuati test di laboratorio dettagliati su 27 prodotti di queste case, e i risultati sono stati tutt'altro che confortanti: la presenza di sostanze chimiche molto nocive e dannose per la salute, come nonilfenoli etossilati (NPE) è stata riscontrata su 16 di questi prodotti.

mercoledì 12 febbraio 2014

Parlamentari Pd e M5S sotto attacco hacker: danno alla reputazione per frasi oltraggiose e oscene su Twitter

Reputazione a rischio per Alessandra Moretti, deputata del Partito Democratico e Paola Taverna, ex capogruppo e senatrice del M5S, che la notte del 6 febbraio sono state vittime di attacco hacker su Twitter. Intorno alle 2 di notte, dai profili ufficiali delle due parlamentari sono partiti dei tweet dal contenuto osceno e oltraggioso, retwittati da molti utenti e ancora visibili sul social network.

Si tratta di un tipico caso di violazione dell'identità digitale di un personaggio pubblico, che ha più risonanza sul web proprio a causa del maggiore numero di follower che tali profili in generale hanno. Il controllo e monitoraggio della reputazione online è tanto più necessario quindi nel caso di una figura di rilievo pubblico, che non solo può essere più soggetta a incidenti simili ma richiede l'attuazione di una strategia ad ampio raggio sia su internet che sui social network.



A quattro giorni dal cyberattacco, sull'account Twitter della senatrice pentastellata figurano ancora visibili 18 tweet incriminati, con un media di 20 retweet l'uno e un massimo di 50 per alcuni. Questo flusso finora non arrestato non giova alla senatrice, continuando a far espandere il danno a macchia d'olio. Al contrario il deputato del Pd, Moretti, ha subito provveduto a far rimuovere i tweet "inappropriati" dal proprio account, spingendosi ben oltre con la pubblicazione di una lettera a Corriere della Sera, in cui viene evidenziata l'esigenza di provvedimenti legali che limitino questo genere di incidenti e ne puniscano i fautori.

Assieme al collega del Pd Francesco Sanna, Alessandra Moretti, ha annunciato infatti la presentazione di una proposta di legge contro la diffamazione online, che ha lo scopo primario di difendere soprattutto i minori, protagonisti attivi o passivi di episodi di cyberbullismo in rete. Per la Moretti è necessario stabilire il diritto all'oblio per i contenuti lesivi pubblicati con la rimozione e la deindicizzazione sia di articoli che di post dai motori di ricerca, estendendo di fatto la tutela contro le diffamazioni non solo ai quotidiani online ma anche ai social.

Entrambe le parlamentari hanno ricevuto messaggi di solidarietà, ma non sono mancate le polemiche da parte di qualcuno, che ha considerato opportunistico l'atteggiamento di Alessandra Moretti, in relazione alla sua mobilitazione sulla proposta di legge in seguito all'accaduto. La lesione dell'identità digitale nasconde insidie maggiori spesso proprio nelle conseguenze successive alla pubblicazione del contenuto lesivo. Si pensi ad esempio al coinvolgimento trasversale di persone terze citate nei tweet, come il presidente della Camera, Laura Boldrini, o alla stessa Alessandra Moretti che, nonostante abbia rimosso i contenuti in questione, risulta ancora citata nei post della Taverna. E si pensi ancora alle polemiche generate dalla reazione della stessa Moretti con la proposta di legge contro il cosiddetto "hate speech" (incitazione all'odio) online, che dimostra come spesso ad un passo falso in rete ne possa seguire uno ulteriore, frutto di una cattiva o distratta gestione della crisi reputazionale.

L'oltraggio mediatico e social ha una valenza negativa in misura maggiore per i politici, per i quali una cattiva reputazione online potrebbe compromettere il consenso degli elettori. Pertanto, la gestione della comunicazione e dell'immagine digitale non deve essere sottovalutata, ma migliorata impostando strategie di monitoraggio e intervento costante nel tempo e non solo nelle circostanze di crisis.
A tale scopo può essere messa in atto una serie di azioni che comprendono:

  • la realizzazione e l'aggiornamento delle pagine di Wikipedia, contenenti informazioni esaustive del proprio curriculum; 
  • creazione e gestione di un blog, con la funzione di "portavoce digitale" delle proprie idee e campagne politiche;
  •  utilizzo di espedienti informatici come l'indicizzazione sui motori di ricerca per evidenziare particolari contenuti a beneficio della propria immagine. 
Non ultima, l'interazione sui social deve rispondere sempre al buon senso e all'appropriatezza dei contenuti, oltre che puntare sulla costruzione di un rapporto più diretto e sincero con l'elettore/utente.




martedì 4 febbraio 2014

La reputazione on line dei Ceo: 5 buoni motivi per migliorarla

Le aziende spesso ritengono più importante monitorare e ottimizzare la reputazione online del proprio brand, sottovalutando però altri elementi che, se lasciati al caso, potrebbero influire negativamente sulla percezione dell'intera azienda. Uno di questi riguarda proprio i Ceo, ciò che dicono e che fanno e come il web filtra le informazioni su di loro, perché agli occhi degli utenti, la verà identità di un individuo è la somma dei risultati sui social network e sui motori di ricerca.

Basti pensare al caso scatenato qualche mese fa da Guido Barilla, le cui dichiarazioni sono rimbalzate su Twitter e Facebook nel giro di pochissime ore, dando il via a una serie di polemiche e sfottò che hanno influito negativamente sulla reputazione del brand e dello stesso Guido Barilla, presidente dell'azienda. Stabilire una buona comunicazione online può determinare vantaggi ed effetti positivi sulle prestazioni aziendali. Per farlo, è bene osservare una serie di consigli ed evitare errori di comunicazione grossolani comuni a molti ceo. Oltre la presenza su Linkedin, piattaforma per eccellenza dei professionisti, diventa sempre più strategica la presenza su Twitter, quale canale ufficiale per costruire una buona immagine online e stabilire un contatto più diretto e informale con gli utenti interessati alla società di cui si è a capo. Twitter può diventare un mezzo per comunicare le proprie osservazioni e i propri interessi attraverso i retweet e i following. Attenzione, però, a non utilizzare un linguaggio troppo informale, con uno stile inappropriato e spesso polemico. E' bene tenere presente che l'apertura di un account social richiede un costante aggiornamento di contenuti, curandosi di non lasciare "in silenzio" la propria attività per periodi lunghi. Fornire una corretta ed esaustiva presentazione di se stessi e del proprio lavoro è allo stesso tempo molto importante, prestando attenzione a non mischiare argomenti professionali con quelli privati.

martedì 28 gennaio 2014

Facebook compie 10 anni: da mezzo della comunicazione "social" a strumento contro il crimine

Se Facebook fosse una nazione sarebbe una delle più popolose del pianeta: la piattaforma social più famosa del mondo inaugura il decimo anniversario della sua nascita con un miliardo di iscritti e un fatturato di 5 miliardi di dollari. Era il 4 febbraio del 2004 quando per la prima volta Mark Zuckerberg ha lanciato il sito, spalancando le porte all'era 2.0 e inaugurando una vera e propria rivoluzione nelle nostre vite quotidiane.

L'introduzione del social network ha portato grandi cambiamenti non solo sociali, ma anche economici. Semplici pulsanti come "Mi piace" o i "tag" sono diventati elementi di analisi per gli esperti di marketing, in quanto serbatoi dei nostri desideri, preferenze e aspirazioni. Di certo, anche il concetto di privacy ha subito uno scossone rispetto alla tradizionale percezione di noi stessi in "pubblico", sdoganando da un lato i tabù della visibilità online e diventando dall'altro  una vetrina per chi ama esibirsi e socializzare. Le declinazioni e i risvolti dell'uso di Facebook nella vita quotidiana sono tanti e complessi, alcuni negativi (si pensi al furto d'indentità digitale, al cyberbullismo, etc), altri positivi (velocità e agilità di comunicazione e diffusione dei contenuti).

lunedì 27 gennaio 2014

Disconnect: le insidie della Rete


I social network e la rete sono sfuggiti al nostro controllo? Sembra partire da questo quesito Disconnect, esordio nel cinema di finzione di Henry Alex Rubin, giovane regista già candidato all’Oscar per il miglior film documentario con Murderball. È infatti il web, o meglio l’uso distorto che si fa di questo mezzo, il protagonista principale delle storie.

Una famiglia viene sconvolta dal tentativo di suicidio del figlio minore, vittima di cyberbullismo. Una giornalista vuole sfondare grazie alla storia di un adolescente che si vende sulle video chat hard per far soldi. Una donna, dilaniata dal dolore per la perdita del figlio, cerca conforto parlando con uno sconosciuto online, che forse la sta sfruttando per dilapidare il suo conto corrente e quello del marito. Le tre vicende, come in Crash di Paul Haggis o in un film di Alejandro González Iñárritu, si intrecciano e formano una struttura schematica ma funzionale al messaggio che si vuole veicolare. Nel mondo della rete globale, l’individuo sembra ancora più solo e la comunicazione sul web ha portato all’incapacità di comunicare nella vita reale. Il virtuale, secondo la tesi del regista, è diventato quindi un’alternativa nella quale rifugiarsi, una fuga dai problemi quotidiani. Le indiscutibili opportunità offerte da internet possono rivelare altresì delle insidie e le vittime più probabili sembrano proprio i deboli, ovvero chi sta attraversando il delicato periodo dell’adolescenza, chi prova a ricostruire il suo matrimonio dopo un lutto e chi, per tirare avanti, è costretto a farsi sfruttare e a vendere il proprio corpo.

È un film a tesi Disconnect che, pur nei limiti imposti da questa scelta narrativa e stilistica, si rivolge a un target giovanile provando a illustrare il problema della dipendenza da social network e, più in generale, da un qualsiasi mezzo tecnologico. La moltiplicazione della comunicazione indiretta è resa esplicitamente dal regista attraverso la presenza costante di chat, tablet e smartphone. Realtà e mondo virtuale sembrano procedere parallelamente fino a un avvenimento deflagrante in grado di farli convergere, magari causato da una semplice foto, sottratta con l’inganno e diffusa in rete, in grado di ledere in maniera incontrovertibile la reputazione di un individuo. Disconnect è uno dei pochi film ad affrontare in maniera così esplicita questo problema e a far riflettere sull’importanza assunta dal web nella nostra società. Siamo veramente diventati dipendenti da internet? Quella descritta è una realtà o una previsione distopica?

Il cinema americano, specialmente quello indipendente, si è sempre interrogato sulla presunta “fine del sogno” e sullo sfaldamento dei valori della civiltà. L’opera di Rubin si inserisce in questo lungo percorso, spesso costellato di dipendenze e fughe in paradisi artificiali, lasciando un barlume di speranza. Non siamo in un Requiem for a dream, tanto per parafrasare il titolo di un film manifesto di Darren Aronofsky, ma il problema sollevato non deve essere sottovalutato e va sottoposto soprattutto ai giovani e alle future generazioni, educando a un utilizzo maturo e consapevole del web.

giovedì 23 gennaio 2014

"Una vita da social" l'iniziativa della Polizia di Stato che educa i giovani ad essere "connessi" nel modo giusto

"Una vita da social" è la tipica vita di molti adolescenti odierni, ma è anche il nome di un progetto presentato in questi giorni dalla Polizia di Stato in collaborazione con il Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, volto a sensibilizzare i giovani all'uso "senza rischi" della rete. I risvolti negativi dell'utilizzo dei social network da parte dei giovanissimi e i numerosi casi di cronaca sui suicidi per cyberbullismo, hanno scosso l'opinione pubblica, rendendo urgente un intervento delle istituzioni in questo senso.

Dopo la pubblicazione di un Codice di regolamento online che coinvolge direttamente bambini e adolescenti tramite la segnalazione di atti di bullismo online (Al via il Codice contro il cyber-bullismo. Maggiore attenzione all'identità digitale dei minori), si è scelta una modalità anche più ludica per coinvolgere i giovani di tutta Italia: un autocarro itinerante percorrerà la penisola in lungo e in largo organizzando delle sessioni didattiche e divulgative su come migliorare la propria vita digitale, senza incorrere nei pericoli del web e degli user "cattivi". "L'iniziativa nasce pirnciplamente contro il cyberbullismo - ha spiegato il capo della Polizia Alessandro Pansa - e contro la seconda più grande minaccia, l'adescamento, che può avere soltanto fini economici e commerciali, essere finalizzato alla truffa o al furto di denaro, ma che altre volte serve ad attrarre giovani e ragazze a incontri o appuntamenti che poi possono finire in maniera tragica".