mercoledì 18 febbraio 2015

Pinterest può diventare vetrina del "made in Italy"? Una sfida a colpi di (promoted) pin

A cinque anni dalla sua nascita, Pinterest non è ancora riuscito a farsi spazio tra i colossi Facebook e Twitter, risultando un social network di nicchia, “e poi c’è già Instagram per le immagini!”, afferma chi non conosce affatto il social creato da Evan Sharp, Ben Silbermann e Paul Sciarra, oppure lo conosce in maniera superficiale.
Pur essendo una piattaforma dedicata alla condivisione di immagini, foto e video, Pinterest associa la possibilità di aggregare gli elementi all’interno di bacheche in base all’argomento di interesse. Senza descrivere qui nel dettaglio come si utilizzaquesto social network, è importante sottolineare come Pinterest permetta agli utenti di creare un’enorme bacheca virtuale alla quale “appendere” i propri interessi. Personalmente non faccio un uso frequente di questa piattaforma, ma quelle poche volte che mi è capitato di accedere, mi sono letteralmente persa tra i pin di mete sognate, outfit desiderati e suggerimenti originali approdando direttamente ai siti web ad essi collegati e, con me, una buona percentuale di utenza femminile, a quanto pare il genere più attratto dal social.
Mentre Instagram, permette di condividere “istanti” creati per il semplice gusto di stupire i propri followers, Pinterest porta con sé l’idea di imparare qualcosa, fruire suggerimenti e lezioni di stile, raccogliere idee prima di acquistare qualcosa. Perché dunque non sfruttare proprio questo aspetto che lo distingue dagli altri social per entrare davvero in competizione con loro? E così nel 2015 su Pinterest verrà creato un filo ancora più diretto tra gli utenti e le aziende. Come? Con i “Promoted Pins”, ovvero la promozione delle aziende.
Ebbene sì anche Pinterest farà spazio agli annunci pubblicitari, è proprio Joanne Bradford, Head of Partnership di Pinterest a dichiarare sul New York Times: “Advertisers tell us Pinterest is the only place where their brand feels truly welcome”. Le aziende potranno creare un profilo più performante: il business account di Pinterest risponde all’esigenza di raggiungere meglio gli utenti che si rivelano essere per la stragrande maggioranza donne. Mi è bastato chiedere un po’ in giro e questa statistica ha trovato conferma: Isabella, designer d’interni, Francesca, futura sposa ed Elisa, studentessa universitaria con l’hobby del cake design e bricolage, tre ragazze molto diverse, ma accomunate dal bisogno di trovare ispirazioni, raccogliere contenuti d’interesse e organizzare progetti importanti.
Di sicuro Pinterest ha tutte le carte in regola per essere eletto il social dell’e-commerce e diventare vetrina virtuale del Made in Italy soprattutto all’estero, staremo quindi a vedere se il 2015 sarà l’anno della svolta definitiva o toccherà attendere ancora.

martedì 10 febbraio 2015

"Mentre eri via" da Twitter: impatti reputazionali

A metà novembre 2014, Twitter ha pensato di introdurre una nuova funzione chiamata “While you were away”, tradotto in italiano “Mentre eri via”. Questa nuova caratteristica, nata dal cambio di strategia del nuovo Head of Product di Twitter, consiste nel riproporre nella timeline i tweet più rilevanti, quelli che hanno avuto più risonanza e il maggior numero di commenti. In questo modo tutti gli utenti, anche chi ha una frequentazione sporadica, potranno conoscere gli argomenti più interessanti pubblicati dai profili seguiti e averli facilmente a disposizione. 
La rilevanza sarà determinata da un algoritmo in base a due indicatori: il numero dei commenti e il numero dei retweet. La motivazione alla base di questa scelta sta nell’aver constatato un basso grado di coinvolgimento da parte degli utenti nei confronti della piattaforma. Come rilevato da una recente indagine di Pew Research, un Istituto di Ricerca americano che si occupa di tematiche sociali, argomenti di pubblica opinione e di analisi dei contenuti media, il tasso di engagement è calato di almeno il 10%. La ricerca, intitolata “Social Media Update 2014”, ha illustrato nel dettaglio come i social media sono stati vissuti durante l’anno appena trascorso, fornendo importanti spunti per il 2015.
Ad essere evidente è stato subito che Facebook, nonostante abbia una crescita molto lenta, continua ad ottenere un livello di coinvolgimento dei propri utenti molto alto, a differenza di Twitter che denota da sempre questa debolezza. La nuova feature, per ora, è disponibile solo per gli utenti di iOS, ma a breve dovrebbe esserlo anche su Android. Tendenzialmente le reazioni degli utenti non sono state incoraggianti, per almeno due motivi: volendolo rendere sempre più simile a Facebook, si è, di fatto, alterata la natura stessa di Twitter basata su una temporalità “real-time” e si è resa più caotica la lettura dei contenuti. Con il “While you were away”, 
Twitter spera di innalzare il livello di coinvolgimento riproponendo contenuti basati sulla popolarità, mettendo in condizione l’utente di non perdersi nulla. Che sia una strategia ottimale o fallimentare è ancora da capire, data anche la fase embrionale del progetto. Se da un punto di vista tecnico non è possibile fare ulteriori riflessioni ed è necessario attendere una versione ufficiale, è invece giusto provare a guardare oltre e capire quali implicazioni reputazionali potrà avere tutto ciò. 
Attualmente un tweet gode di visibilità ridotta, dovuta al carattere volatile della piattaforma, ha una permanenza limitata all’interno della timeline ed è basato sull’immediatezza. Con questo cambio di prospettiva temporale, il tweet acquisisce una maggiore persistenza e assume sicuramente un maggiore valore reputazionale. 
Twitter, quindi, potrà essere considerato un canale sempre più di primaria importanza nel contesto delle analisi reputazionali, basate sulla permanenza dei contenuti on line. Sarà quindi compito degli addetti ai lavori prendere atto di questa nuova evoluzione

lunedì 2 febbraio 2015

Libri e reputazione: il mercato delle recensioni on line aiuta la lettura?

Crediamo più alle recensioni presenti sul web rispetto alle esperienze che viviamo o vediamo con i nostri occhi. La reputazione online e le recensioni sul web hanno un impatto notevole sull’acquisto e sulla percezione di un brand o di un qualsiasi prodotto. Infatti, senza rendercene conto, ceniamo in luoghi in cui non saremmo mai andati solo perchè qualcuno li ha definiti “posti incantevoli”, compriamo un libro che non avremmo mai letto perchè definito “uno dei capolavori dell’ultimo secolo”. In altre parole, le opinioni altrui influenzano il processo decisionale che precede una scelta o un acquisto. Le stelline non mentono. 

Qualcuno ha sperimentato per noi e noi siamo certi che quanto recensito non possa che essere veritiero. Sono sempre di più i consumatori che, prima di acquistare un servizio o un prodotto, si affidano ai giudizi pubblicati in rete dagli altri utenti. Un fenomeno, quello delle recensioni social, in continua crescita da anni, tanto da essere temuto dalle aziende più di una campagna pubblicitaria mal riuscita. Internet influisce in maniera sempre più massiccia sulle abitudini di acquisto delle persone, questo nessuno può negarlo. 
La tesi è supportata da diverse ricerche, come quella svolta da Nielsen già nell’Aprile del 2009, che mostrano come i massimi livelli di trust siano accreditati alle persone che esprimono opinioni on line. O anche in quella di Gartner, dove è stato verificato che i consumatori sono sempre più influenzati dalle reti sociali quando devono effettuare i propri acquisti. 
Ma quanto pesano le recensioni on-line e il giudizio che gli utenti esprimono su siti come Amazon sulle vendite di un libro?

martedì 27 gennaio 2015

Se la reputazione ti lascia a piedi

Se c’è una cosa che accomuna i venti/trentenni di tutto il mondo e di tutte le epoche è il desiderio di fuga. Da casa, dal proprio paese, per 6 mesi o semplicemente per un weekend, il “giovane medio” cova periodicamente dentro di sé una bramosia dell’esotico, che lo spinge a muoversi, lontano o vicino che sia.


Soddisfare tutto ciò, nella nostra epoca più che in passato, richiede uno sforzo economico non indifferente e che mal si sposa, permettendoci una banale generalizzazione, con le possibilità economiche di ognuno di noi. Il viaggio, in quanto tale, viene messo alla fine della lista delle priorità da assolvere causando, nei grandi numeri, drastiche flessioni all’industria del turismo. In questo contesto socio-economico, si sono inserite numerose idee imprenditoriali legate al concetto di condivisione: il “car-sharing”, ad esempio, che rappresenta uno dei primi campi di applicazione dove condivisione e mezzo di trasporto si incontrano ed il “ride-sharing”, con il quale start up come Blablacar o Carpooling hanno fatto molta fortuna.

mercoledì 21 gennaio 2015

"Schiscetta" 2.0: la Food Reputation verso Expò 2015

Simonetta Cherubini, Alessia Bianchi, Paola Sucato, Lisa Casali, Claudia Magistro, Ramona Pizzano, Ornella Daricello, Lucia Arlandini, Sandra Salerno, Chiara Maci. Non vi dicono nulla questi nomi? Allora forse sapete cucinare perché quelli appena elencati sono i dieci nomi delle foodblogger più seguite in Italia e a voi non sono serviti i loro blog per cucinare deliziosi manicaretti. Nell’era social per eccellenza tutto cambia, tutto evolve e diventa tecnologico, anche il cibo e la nostra tradizionalissima cucina italiana, che non ha intenzione di cambiare la sua reputazione. 
Anzi. Tutti noi abbiamo amici e parenti che non perdono occasione di fotografare, postare e condividere deliziosi piatti, che siano preparati con le loro mani o che stiano per essere gustati ad una cena, anche romantica: tutto è social, anche il piacere della buona tavola deve essere prima condiviso online, prima di essere assaporato. Questi fenomeni sociali sono diventati sempre più di tendenza, fino a crescere nei social network: Pinterest e Instagram nascono anche come spazio per la condivisione dell’immagine del piatto, mentre il “social eating” è la condivisione del pasto vero e proprio attraverso l’organizzazione di eventi o serate per invitare amici e mangiare insieme.

martedì 20 gennaio 2015

Privacy sui motori di ricerca: Qwant vs Google


C’era una volta un tempo in cui Google non aveva rivali. Ma si sa che ogni leader di mercato deve affrontare sfidanti sempre nuovi e agguerriti, quali Duckduckgo, istella, Quag e Qwant, per citarne alcuni. Le luci della ribalta oggi sono puntate proprio su Qwant.com, motore di ricerca di internet sviluppato dall’omonima azienda francese nel 2013. Consultabile in 12 lingue, tra cui l’italiano, Qwant vuole tenere insieme la “search” tradizionale e i social network, cercando di “riunire universi finora separati”, per usare le parole di Alberto Chalon, membro del board della start-up.

Infatti i risultati delle ricerche vengono mostrati agli utenti organizzati in 5 colonne: web, live (notizie), Qnowledge Graph (con informazioni tratte da Wikipedia - o altre fonti - e direttamente fornite all’utente), social (Twitter, Facebook) e shopping (e-commerce). In alto c’è l’accesso veloce a immagini e video che si aprono in una finestra pop-up senza dover abbandonare la pagina dei risultati. Nella parte social, cliccando sui vari messaggi individuati da Qwant, siano essi post di Facebook o tweet, è possibile interagire con i singoli autori inviando loro una replica o contattandoli.
Facciamo un esempio pratico per capire il funzionamento di Qwant.com: cercando Giorgio Napolitano, nelle prime due colonne di risultati, ovvero web e live, compaiono molte notizie sulle sue dimissioni. Nella terza sono visibili le informazioni, tratte da Wikipedia, relative alla sua carriera politica. Nella quarta colonna troviamo estratti in tempo reale, post di Facebook e tweet. Nell’ultima, i link per acquistare i libri sull’Ex Presidente della Repubblica con i relativi prezzi.
Il punto però è un altro. Il motore di ricerca francese non si differenzia da Google solo per il modo con cui mostra i risultati delle ricerche, ma soprattutto perché vende pubblicità senza tracciare gli utenti. Il che significa che chiunque voglia fare una ricerca su qwant.com vedrà sì tante pubblicità online, ma non sarà tracciato.

martedì 2 dicembre 2014

Diritto all'oblio: pubblicate le linee guida dalle Autorità UE

Nei giorni scorsi le autorità europee che si occupano di tutela della privacy, radunate nel gruppo di lavoro Article 29, hanno pubblicato il documento che contiene le linee guida per applicare il diritto all'oblio, non è rivolto però ai motori di ricerca, bensì pensato come strumento di supporto alle autorità nazionali che si troveranno a gestire le varie richieste.


Ecco per sommi capi le linee guida:

1. I motori di ricerca come titolari del trattamento
La sentenza riconosce i motori di ricerca come responsabili del trattamento dei dati personali, e tale trattamento è distinto da quello di cui sono responsabili gli editori di siti web terzi.

2. Giusto equilibrio tra i diritti della persona e gli interessi fondamentali della comunità
Nella sentenza della Corte di giustizia europea, i diritti della persona prevalgono come regola generale rispetto all'interesse economico del motore di ricerca e a quello degli utenti di avere accesso alle informazioni personali attraverso il motore di ricerca. Tuttavia deve sussistere l'equilibrio tra i diritti del singolo alla privacy e quelli della comunità a conoscere informazioni di interesse pubblico, che sarà significativamente maggiore se la persona ha un ruolo pubblico.

3. Impatto limitato della de-incizzazione sull'accesso alle informazioni
Se l'interesse pubblico ad avere accesso alle informazioni prevale sui diritti della persona, la de-indicizzazione  del contenuto non potrà essere applicata.

4 Nessuna informazione viene eliminata dalla fonte originale
La sentenza stabilisce che l'oblio si applica solo ai risultati ottenuti dalla ricerca del nome della persona interessata, ma il contenuto non verrà rimosso dalla sua fonte originale quindi resterà accessibile direttamente o attraverso altri termini di ricerca.

5 Nessun obbligo per gli interessati di contattare la fonte originale
Le persone non sono obbligate a contattare direttamente la fonte del contenuto per richiedere la rimozione dai motori di ricerca, in quando quest'ultimo è considerato direttamente responsabile del trattamento dei dati personali.

6 Diritto degli interessati alla richiesta di de-indicizzazione
In base al diritto comunitario ogni individuo ha diritto alla protezione dei dati, per cui il diritto all'oblio riguarda tutti i cittadini dell'UE.

7 Effetti territoriali della de-indicizzazione
Per dare pieno effetto ai diritti del soggetto relativamente ai suoi dati personali così come stabilito dalla sentenza della Corte, le decisioni di de-indicizzazione devono essere implementate in modo da garantire l'effettiva e completa protezione dei diritti relativi ai dati personali e che le leggi dell'UE non vengano aggirate. In questo senso limitare la de-indicizzazione ai risultati a cui gli utenti accedono attraverso le versioni nazionali del motore di ricerca, non può essere considerata una soluzione sufficiente per garantire i diritti in accordo alla sentenza. Questo vuol dire che in ogni caso la de-indicizzazione dovrà riguardare tutti i domini, incluso il .com.

8 Informazioni al pubblico sulla de-indicizzazione dei link specifici
La pratica di informare gli utenti sul fatto che l'elenco dei risultati che stanno visualizzando non è completo, non è obbligatoria in base alla normativa di protezione dei dati personali. Questa pratica sarebbe accettabile solo se le informazioni sono presentate in modo tale che gli utenti non possono in ogni caso concludere che un particolare individuo ha chiesto la de-indicizzazione di risultati che lo riguardano.

9 Comunicazione al sito web sulla de-indicizzazione dei link
I motori di ricerca non dovrebbero informare il dominio interessato della avvenuta de-indicizzazione, non c'è alcuna base giuridica per tale procedura di comunicazione ai sensi del diritto UE sulla protezione dei dati. In alcuni casi il motore di ricerca potrebbe voler contattare l'editore per chiedere informazioni aggiuntive prima di prendere la decisione di applicare o meno la de-indicizzazione. Tenendo conto del ruolo importante che i motori di ricerca svolgono nella diffusione e accessibilità delle informazioni pubblicate su Internet e le legittime aspettative che i webmaster possono avere per quanto riguarda l'indicizzazione e la presentazione di informazioni in risposta alle richieste degli utenti, il gruppo di lavoro Articolo 29 incoraggia fortemente i motori di ricerca a fornire i criteri di de-indicizzazione che utilizzano e di fornire statistiche più dettagliate disponibili.

Attraverso queste linee guida le autorità sottolineano ulteriormente rispetto a quanto fatto finora la diretta responsabilità del motore di ricerca, che secondo questa impostazione rimane il protagonista di tutta la questione.
In particolare il punto 7 rappresenta la vera novità rispetto a quanto emerso finora: le autorità europee preposte vogliono che nel caso in cui si applichi la de-indicizzazione questa venga estesa a tutti i domini del motore di ricerca, anche al .com per evitare di nullificare l'effetto della rimozione.






martedì 25 novembre 2014

Internet è un diritto dell'uomo per l'80% degli italiani

L'80% degli italiani ritiene che Internet dovrebbe essere riconosciuto come diritto dell'individuo, anche se il 55% si dichiara più preoccupato della sua privacy rispetto ad un anno fa, in particolare il 69% teme furti dei suoi dati bancari e il 71% di quelli personali. I dati emergono dalla ricerca Ipsos condotta in 24 Paesi per il "think tank" Cigi (Center for International Governance Innovation).

In definitiva quindi sembra che non possiamo fare a meno di Internet, anche se temiamo i rischi che derivano dal suo utilizzo. Si tratta di una dicotomia interessante che rispecchia in pieno il rapporto complesso delle persone con un mezzo di informazione e comunicazione dalle infinite potenzialità e che cambia ogni giorno, e ci costringe costantemente a riadattare le nostre categorie.

Altro aspetto interessante della ricerca è la percezione differente che si ha della rete nei vari Paesi. Ad esempio in Africa e Medio-Oriente si registra la percentuale più alta di chi considera il web un diritto dell'uomo (89%), un mezzo importante per accedere alle informazioni (96%) e per la libertà di espressione (88%). I dati rispecchiano perfettamente quello che si è verificato nel corso della primavera araba, dove Internet ha rappresentato un mezzo fondamentale per il passaggio delle informazioni durante le rivoluzioni.
Per quanto riguarda la privacy, a livello globale la percentuale di chi si ritiene più preoccupato rispetto al 2013 arriva al 64%, in particolare la paura più alta è per l'eventuale furto di dati bancari (78%), poi per il furto dei dati personali (77%), e infine il 74% teme il tracciamento e la vendita delle sue abitudini on line a scopo commerciale.

I risultati della ricerca comunicano quindi un'esigenza generalizzata delle persone a regolamentare maggiormente l'utilizzo della rete, in modo che  utilità e libertà di informazione non debbano sacrificare la sicurezza personale. Un messaggio importante che tutti i soggetti pubblici, dalle istituzioni alle aziende, dovrebbero cogliere e promuovere nell'ottica di una costruzione consapevole di una vera e propria cultura digitale.



lunedì 17 novembre 2014

"Facebook at work": i possibili impatti sull'identità digitale

Di solito quando pensiamo a Facebook in relazione al mondo del lavoro, l'associazione è negativa.
Ci vengono subito in mente i casi di persone che hanno perso il posto per colpa di quello che avevano postato sul social network, oppure delle aziende che ne bloccano l'utilizzo in ufficio per questioni di sicurezza o perché temono un calo della produttività.

A quanto pare Facebook avrebbe deciso di scardinare questa idea, creando una versione professionale della sua piattaforma.
Secondo quanto riportato dal Financial Times , il team di Zuckerberg starebbe lavorando in gran segreto al progetto "Facebook at work", una nuova versione del social a scopo esclusivamente professionale, per consentire ai colleghi di scambiare messaggi, condividere documenti e lavorare in condivisione sulla stessa piattaforma.

Il servizio potrà essere utilizzato da chi già possiede un profilo sul classico Facebook, ma le due identità potranno essere tenute separate, per poter continuare a condividere a livello privato contenuti personali che non saranno visibili nel profilo professionale.

Con questa mossa Facebook, oltre a provare a dar fastidio a Linkedin, ma anche a Microsoft e Google, punta senz'altro ad incrementare ulteriormente l'utilizzo quotidiano del mezzo, aumentando anche gli introiti pubblicitari che lo hanno fatto crescere finora.

Dal lato degli utenti potrebbero però verificarsi dei rischi, per quanto riguarda la gestione della propria (doppia?) identità.

Da un lato tenere separati i due profili risulterebbe comodo e tutto sommato coerente, ma dall'altro questo potrebbe incrementare la tendenza già esistente ad un utilizzo incauto del canale privato, rischiando di portare le persone a pensare che, dal momento che i due profili sono separati, si possa condividere senza remore qualsiasi tipo di contenuto nel profilo personale.

Ciò che deve essere invece ben chiaro, è che ogni canale associato al proprio nome, può influire sulla sfera lavorativa, anche se noi ne facciamo un uso esclusivamente privato.

Se possono essere separati i canali, l'identità digitale resta invece sempre una: un complesso mosaico di contenuti diversi, ma sempre in relazione tra loro e ognuno con uno specifico impatto sull'immagine complessiva della persona.

Se Facebook metterà realmente in atto questo progetto, sarà molto interessante valutare la reazione degli utenti in questo senso: come cambierà il rapporto con il social e soprattutto la gestione della propria identità on line?







mercoledì 29 ottobre 2014

Il Data scientist: chi studia i Big Data è il professionista del futuro

Si chiama "Data Science" ed è la disciplina che studia come estrarre conoscenza in modo strutturato dai dati. Se applicata ai big data, ovvero a una raccolta complessa di migliaia di informazioni eterogenee, diventa la professione del futuro all'interno delle aziende: il "Data scientist", lo scienziato dei dati.

Cosa fa e chi è esattamente un Data scientist?

Analizza i dati e li trasforma in informazioni comprensibili per il management dell'azienda, utili a prendere decisioni e a disegnare strategie.

La sua formazione base è di tipo scientifico, deve avere ottime conoscenze informatiche e statistiche, ma il suo ruolo all'interno dell'azienda è trasversale, interagisce con tutte le diverse aree dal management, al marketing fino alla produzione e alle risorse umane.
Il Data scientist è uno scienziato che sa comunicare: è in grado di acquisire, gestire, elaborare i dati, selezionare quelli rilevanti e comunicarli a tutti attraverso diverse forme di rappresentazione per fornire una sintesi comprensibile ed efficace.

La necessità del data scientist all'interno di un'azienda è motivata da esigenze di produttività e innovazione.
Utilizzare nel modo più efficace e redditizio tutti i dati a disposizione permette all'azienda di essere più competitiva, perché in grado di sfruttare nuova conoscenza acquisita, ad esempio sul proprio target, per costruire delle strategie che procurino dei ritorni economici.
Ad esempio estrapolare da tutte le anagrafiche dei propri clienti quelli che sono i gusti e i generi preferiti, consente di personalizzare al massimo la comunicazione e i messaggi di marketing in modo da colpire con precisione il proprio target.

Ma qual è oggi la più grande sorgente di big data? Internet.
La rete contiene milioni e milioni di dati relativi a persone, prodotti, aziende, servizi, cultura.
Esistono oggi diversi sistemi automatici per acquisire enormi volumi di dati da Internet, pensiamo ad esempio alle API (application programming interface) di Facebook e Twitter messe a disposizione di tutti i programmatori che le volessero utilizzare per un loro programma o piattaforma, come ad esempio lo sviluppo di un' app da utilizzare all'interno del social. E pensiamo a tutte le informazioni acquisite sugli utenti che usano quelle applicazioni (compatibilmente alla tutela della privacy) rispetto a genere, età, relazioni, gusti, abitudini e frequenza di utilizzo. Si tratta di una preziosa sorgente di conoscenza utile per mettere a punto nuove strategie di vendita.

Servono quindi delle figure specializzate nelle aziende che sappiano come sfruttare al meglio queste opportunità messe in campo dall'acquisizione dei big data.

La digitalizzazione delle procedure e delle strategie è un processo al quale le aziende non possono più sottrarsi, e quindi parlando di gestione di big data all'interno di un'azienda la prima esigenza è l'integrazione tra il mondo on line e il mondo off line.
Ovvero un sistema che metta in relazione in modo intelligente, strutturato e pratico dati eterogenei provenienti da fonti differenti e che normalmente non sono in relazione diretta. Pensiamo ad esempio all'andamento della rassegna stampa in relazione al trend delle vendite.
Il Data scientist sarà colui che è in grado di coordinare questo complesso meccanismo, e di interpretare i suoi messaggi per la crescita dell'azienda.