martedì 2 dicembre 2014

Diritto all'oblio: pubblicate le linee guida dalle Autorità UE

Nei giorni scorsi le autorità europee che si occupano di tutela della privacy, radunate nel gruppo di lavoro Article 29, hanno pubblicato il documento che contiene le linee guida per applicare il diritto all'oblio, non è rivolto però ai motori di ricerca, bensì pensato come strumento di supporto alle autorità nazionali che si troveranno a gestire le varie richieste.


Ecco per sommi capi le linee guida:

1. I motori di ricerca come titolari del trattamento
La sentenza riconosce i motori di ricerca come responsabili del trattamento dei dati personali, e tale trattamento è distinto da quello di cui sono responsabili gli editori di siti web terzi.

2. Giusto equilibrio tra i diritti della persona e gli interessi fondamentali della comunità
Nella sentenza della Corte di giustizia europea, i diritti della persona prevalgono come regola generale rispetto all'interesse economico del motore di ricerca e a quello degli utenti di avere accesso alle informazioni personali attraverso il motore di ricerca. Tuttavia deve sussistere l'equilibrio tra i diritti del singolo alla privacy e quelli della comunità a conoscere informazioni di interesse pubblico, che sarà significativamente maggiore se la persona ha un ruolo pubblico.

3. Impatto limitato della de-incizzazione sull'accesso alle informazioni
Se l'interesse pubblico ad avere accesso alle informazioni prevale sui diritti della persona, la de-indicizzazione  del contenuto non potrà essere applicata.

4 Nessuna informazione viene eliminata dalla fonte originale
La sentenza stabilisce che l'oblio si applica solo ai risultati ottenuti dalla ricerca del nome della persona interessata, ma il contenuto non verrà rimosso dalla sua fonte originale quindi resterà accessibile direttamente o attraverso altri termini di ricerca.

5 Nessun obbligo per gli interessati di contattare la fonte originale
Le persone non sono obbligate a contattare direttamente la fonte del contenuto per richiedere la rimozione dai motori di ricerca, in quando quest'ultimo è considerato direttamente responsabile del trattamento dei dati personali.

6 Diritto degli interessati alla richiesta di de-indicizzazione
In base al diritto comunitario ogni individuo ha diritto alla protezione dei dati, per cui il diritto all'oblio riguarda tutti i cittadini dell'UE.

7 Effetti territoriali della de-indicizzazione
Per dare pieno effetto ai diritti del soggetto relativamente ai suoi dati personali così come stabilito dalla sentenza della Corte, le decisioni di de-indicizzazione devono essere implementate in modo da garantire l'effettiva e completa protezione dei diritti relativi ai dati personali e che le leggi dell'UE non vengano aggirate. In questo senso limitare la de-indicizzazione ai risultati a cui gli utenti accedono attraverso le versioni nazionali del motore di ricerca, non può essere considerata una soluzione sufficiente per garantire i diritti in accordo alla sentenza. Questo vuol dire che in ogni caso la de-indicizzazione dovrà riguardare tutti i domini, incluso il .com.

8 Informazioni al pubblico sulla de-indicizzazione dei link specifici
La pratica di informare gli utenti sul fatto che l'elenco dei risultati che stanno visualizzando non è completo, non è obbligatoria in base alla normativa di protezione dei dati personali. Questa pratica sarebbe accettabile solo se le informazioni sono presentate in modo tale che gli utenti non possono in ogni caso concludere che un particolare individuo ha chiesto la de-indicizzazione di risultati che lo riguardano.

9 Comunicazione al sito web sulla de-indicizzazione dei link
I motori di ricerca non dovrebbero informare il dominio interessato della avvenuta de-indicizzazione, non c'è alcuna base giuridica per tale procedura di comunicazione ai sensi del diritto UE sulla protezione dei dati. In alcuni casi il motore di ricerca potrebbe voler contattare l'editore per chiedere informazioni aggiuntive prima di prendere la decisione di applicare o meno la de-indicizzazione. Tenendo conto del ruolo importante che i motori di ricerca svolgono nella diffusione e accessibilità delle informazioni pubblicate su Internet e le legittime aspettative che i webmaster possono avere per quanto riguarda l'indicizzazione e la presentazione di informazioni in risposta alle richieste degli utenti, il gruppo di lavoro Articolo 29 incoraggia fortemente i motori di ricerca a fornire i criteri di de-indicizzazione che utilizzano e di fornire statistiche più dettagliate disponibili.

Attraverso queste linee guida le autorità sottolineano ulteriormente rispetto a quanto fatto finora la diretta responsabilità del motore di ricerca, che secondo questa impostazione rimane il protagonista di tutta la questione.
In particolare il punto 7 rappresenta la vera novità rispetto a quanto emerso finora: le autorità europee preposte vogliono che nel caso in cui si applichi la de-indicizzazione questa venga estesa a tutti i domini del motore di ricerca, anche al .com per evitare di nullificare l'effetto della rimozione.






martedì 25 novembre 2014

Internet è un diritto dell'uomo per l'80% degli italiani

L'80% degli italiani ritiene che Internet dovrebbe essere riconosciuto come diritto dell'individuo, anche se il 55% si dichiara più preoccupato della sua privacy rispetto ad un anno fa, in particolare il 69% teme furti dei suoi dati bancari e il 71% di quelli personali. I dati emergono dalla ricerca Ipsos condotta in 24 Paesi per il "think tank" Cigi (Center for International Governance Innovation).

In definitiva quindi sembra che non possiamo fare a meno di Internet, anche se temiamo i rischi che derivano dal suo utilizzo. Si tratta di una dicotomia interessante che rispecchia in pieno il rapporto complesso delle persone con un mezzo di informazione e comunicazione dalle infinite potenzialità e che cambia ogni giorno, e ci costringe costantemente a riadattare le nostre categorie.

Altro aspetto interessante della ricerca è la percezione differente che si ha della rete nei vari Paesi. Ad esempio in Africa e Medio-Oriente si registra la percentuale più alta di chi considera il web un diritto dell'uomo (89%), un mezzo importante per accedere alle informazioni (96%) e per la libertà di espressione (88%). I dati rispecchiano perfettamente quello che si è verificato nel corso della primavera araba, dove Internet ha rappresentato un mezzo fondamentale per il passaggio delle informazioni durante le rivoluzioni.
Per quanto riguarda la privacy, a livello globale la percentuale di chi si ritiene più preoccupato rispetto al 2013 arriva al 64%, in particolare la paura più alta è per l'eventuale furto di dati bancari (78%), poi per il furto dei dati personali (77%), e infine il 74% teme il tracciamento e la vendita delle sue abitudini on line a scopo commerciale.

I risultati della ricerca comunicano quindi un'esigenza generalizzata delle persone a regolamentare maggiormente l'utilizzo della rete, in modo che  utilità e libertà di informazione non debbano sacrificare la sicurezza personale. Un messaggio importante che tutti i soggetti pubblici, dalle istituzioni alle aziende, dovrebbero cogliere e promuovere nell'ottica di una costruzione consapevole di una vera e propria cultura digitale.



lunedì 17 novembre 2014

"Facebook at work": i possibili impatti sull'identità digitale

Di solito quando pensiamo a Facebook in relazione al mondo del lavoro, l'associazione è negativa.
Ci vengono subito in mente i casi di persone che hanno perso il posto per colpa di quello che avevano postato sul social network, oppure delle aziende che ne bloccano l'utilizzo in ufficio per questioni di sicurezza o perché temono un calo della produttività.

A quanto pare Facebook avrebbe deciso di scardinare questa idea, creando una versione professionale della sua piattaforma.
Secondo quanto riportato dal Financial Times , il team di Zuckerberg starebbe lavorando in gran segreto al progetto "Facebook at work", una nuova versione del social a scopo esclusivamente professionale, per consentire ai colleghi di scambiare messaggi, condividere documenti e lavorare in condivisione sulla stessa piattaforma.

Il servizio potrà essere utilizzato da chi già possiede un profilo sul classico Facebook, ma le due identità potranno essere tenute separate, per poter continuare a condividere a livello privato contenuti personali che non saranno visibili nel profilo professionale.

Con questa mossa Facebook, oltre a provare a dar fastidio a Linkedin, ma anche a Microsoft e Google, punta senz'altro ad incrementare ulteriormente l'utilizzo quotidiano del mezzo, aumentando anche gli introiti pubblicitari che lo hanno fatto crescere finora.

Dal lato degli utenti potrebbero però verificarsi dei rischi, per quanto riguarda la gestione della propria (doppia?) identità.

Da un lato tenere separati i due profili risulterebbe comodo e tutto sommato coerente, ma dall'altro questo potrebbe incrementare la tendenza già esistente ad un utilizzo incauto del canale privato, rischiando di portare le persone a pensare che, dal momento che i due profili sono separati, si possa condividere senza remore qualsiasi tipo di contenuto nel profilo personale.

Ciò che deve essere invece ben chiaro, è che ogni canale associato al proprio nome, può influire sulla sfera lavorativa, anche se noi ne facciamo un uso esclusivamente privato.

Se possono essere separati i canali, l'identità digitale resta invece sempre una: un complesso mosaico di contenuti diversi, ma sempre in relazione tra loro e ognuno con uno specifico impatto sull'immagine complessiva della persona.

Se Facebook metterà realmente in atto questo progetto, sarà molto interessante valutare la reazione degli utenti in questo senso: come cambierà il rapporto con il social e soprattutto la gestione della propria identità on line?







mercoledì 29 ottobre 2014

Il Data scientist: chi studia i Big Data è il professionista del futuro

Si chiama "Data Science" ed è la disciplina che studia come estrarre conoscenza in modo strutturato dai dati. Se applicata ai big data, ovvero a una raccolta complessa di migliaia di informazioni eterogenee, diventa la professione del futuro all'interno delle aziende: il "Data scientist", lo scienziato dei dati.

Cosa fa e chi è esattamente un Data scientist?

Analizza i dati e li trasforma in informazioni comprensibili per il management dell'azienda, utili a prendere decisioni e a disegnare strategie.

La sua formazione base è di tipo scientifico, deve avere ottime conoscenze informatiche e statistiche, ma il suo ruolo all'interno dell'azienda è trasversale, interagisce con tutte le diverse aree dal management, al marketing fino alla produzione e alle risorse umane.
Il Data scientist è uno scienziato che sa comunicare: è in grado di acquisire, gestire, elaborare i dati, selezionare quelli rilevanti e comunicarli a tutti attraverso diverse forme di rappresentazione per fornire una sintesi comprensibile ed efficace.

La necessità del data scientist all'interno di un'azienda è motivata da esigenze di produttività e innovazione.
Utilizzare nel modo più efficace e redditizio tutti i dati a disposizione permette all'azienda di essere più competitiva, perché in grado di sfruttare nuova conoscenza acquisita, ad esempio sul proprio target, per costruire delle strategie che procurino dei ritorni economici.
Ad esempio estrapolare da tutte le anagrafiche dei propri clienti quelli che sono i gusti e i generi preferiti, consente di personalizzare al massimo la comunicazione e i messaggi di marketing in modo da colpire con precisione il proprio target.

Ma qual è oggi la più grande sorgente di big data? Internet.
La rete contiene milioni e milioni di dati relativi a persone, prodotti, aziende, servizi, cultura.
Esistono oggi diversi sistemi automatici per acquisire enormi volumi di dati da Internet, pensiamo ad esempio alle API (application programming interface) di Facebook e Twitter messe a disposizione di tutti i programmatori che le volessero utilizzare per un loro programma o piattaforma, come ad esempio lo sviluppo di un' app da utilizzare all'interno del social. E pensiamo a tutte le informazioni acquisite sugli utenti che usano quelle applicazioni (compatibilmente alla tutela della privacy) rispetto a genere, età, relazioni, gusti, abitudini e frequenza di utilizzo. Si tratta di una preziosa sorgente di conoscenza utile per mettere a punto nuove strategie di vendita.

Servono quindi delle figure specializzate nelle aziende che sappiano come sfruttare al meglio queste opportunità messe in campo dall'acquisizione dei big data.

La digitalizzazione delle procedure e delle strategie è un processo al quale le aziende non possono più sottrarsi, e quindi parlando di gestione di big data all'interno di un'azienda la prima esigenza è l'integrazione tra il mondo on line e il mondo off line.
Ovvero un sistema che metta in relazione in modo intelligente, strutturato e pratico dati eterogenei provenienti da fonti differenti e che normalmente non sono in relazione diretta. Pensiamo ad esempio all'andamento della rassegna stampa in relazione al trend delle vendite.
Il Data scientist sarà colui che è in grado di coordinare questo complesso meccanismo, e di interpretare i suoi messaggi per la crescita dell'azienda.

martedì 14 ottobre 2014

Social Tv e Social Adv: il dibattito alla Social Media Week Roma 2014

Quest'anno alla  Social Media Week di Roma uno degli incontri più seguiti è stato "Social Adv: Tv, Social Network e Social Adv: quale presente, quale futuro"  moderato da Andrea Barchiesi, CEO di Reputation Manager, con gli interventi di Stefano Ventura (Responsabile Social Media, Mediaset), David E.Ghirardello (Digital Media Manager, Rai 5) e Maurizio Boneschi (Sales Director, ADTZ).

L'incontro è stata l'occasione per fare il punto sullo stato dell'arte in Italia in tema di Social Tv e Social Adv. Da un lato l’enorme volume di conversazioni sviluppate sui social network dai programmi TV, dall’altro i brand e i prodotti sempre più in cerca di linguaggi nuovi per relazionarsi in modo più diretto con il pubblico, stanno portando ad una evoluzione dell’idea stessa di social adv e a nuove forme di collaborazione tra TV e brand.

Di seguito proponiamo uno storify del live tweeting dell'evento per ripercorrere i principali elementi del dibattito, le questioni in campo, visioni e strategie degli esperti del settore:

martedì 16 settembre 2014

Facebook si oppone al diritto all'oblio

La partita del diritto all'oblio non riguarda solo Google. La sentenza della Corte Europea dello scorso maggio ha colpito direttamente e per la prima volta i motori di ricerca sul tema della tutela dell'identità personale on line. Ma i motori di ricerca non sono gli unici attori in gioco, sebbene tutto il dibattito di questi mesi sembra essere andato nella direzione contraria.
Dopo la reazione di Google, si attendeva la mossa di un altro gigante del web: Facebook.
E' in atto infatti una vertenza tra il più grande
social network del mondo e il Garante della privacy tedesco, rispetto all'opportunità di estendere il diritto all'oblio degli utenti anche ai contenuti che li riguardano presenti sul social network.

Facebook si oppone all'UE, sostenendo di dover rispondere esclusivamente alla normativa della sua sede europea, l'Irlanda, che non prevede il diritto a richiedere la rimozione dei contenuti.
La sentenza della Corte Europea sul diritto all'oblio, avendo condannato Google Spain a rimuovere i contenuti lesivi relativi ad un cittadino spagnolo, è andata proprio nella direzione della territorialità, per cui è l'ente nazionale di riferimento a doversi adeguare al principio espresso. A dimostrazione di questo anche il fatto che Google abbia operato le prime rimozioni solo nelle versione del motore di ricerca del Paese in cui veniva fatta richiesta di rimozione (di volta in volta quindi google.it, google.us, google.es ecc) e non nelle altre versioni, né tanto meno in quella americana.
Proprio questa responsabilità "territoriale" metterebbe per il momento a riparo Facebook dall'obbligo di adeguarsi al principio +espresso nella sentenza europea, facendo appunto appello al garante della privacy irlandese, che ha una normativa diversa.

L'intento dell'Europa è naturalmente quello di andare verso una regolamentazione unica per i vari stati membri, proprio per evitare che si producano questi escamotage, direzione che si intende perseguire anche per altre problematiche aperte tra l'UE e i colossi digitali come la pressione fiscale, che in alcuni Paesi risulta molto agevolata rispetto agli utili esorbitanti.

La posizione assunta da Facebook è un segnale anche per Google e gli altri motori di ricerca: il social network non intende scendere a patti sulla questione dell'oblio, perché molto probabilmente spera di conquistare delle porzioni di mercato che i motori di ricerca, adeguandosi alla sentenza, saranno costretti ad abbandonare. La partita dunque è più che aperta.







lunedì 1 settembre 2014

Identità Digitali rubate: Camilleri denuncia il suo falso account su Facebook

Anche Andrea Camilleri, che i personaggi li inventa per mestiere, si è stufato dei suoi falsi sé su Facebook. Lo scrittore ha denunciato alla Polizia Postale l' autore dell' account che parlava a suo nome sul social network:

"Non ho un profilo, non ho un sito e non sono in internet - ha detto lo scrittore all'Ansa - Qualcuno, non so chi, ha un account a mio nome da almeno otto mesi.E' un fenomeno curioso, singolare - ha commentato lo scrittore - non sai come difenderti, poi capita di dire alle persone che quel profilo non è il mio, ma non ti credono"

Il finto "Andrea Camilleri" postava su Facebook frasi che lo scrittore non avrebbe mai pronunciato, procurandogli un evidente danno reputazionale e creando situazioni di forte imbarazzo allo scrittore:


Non è il primo caso in Italia in cui si viola l'identità digitale di personaggi noti, era infatti già successo al giornalista Michele Serra, a Fabio Fazio e Claudio Magris.

Il numero di account falsi è di solito direttamente proporzionale alla popolarità e all'importanza del personaggio.
Forse è per questo che Papa Francesco ha centinaia di pagine Facebook e account Twitter dedicati a lui, alcuni palesemente ironici mentre altri addirittura dichiarano di essere l'account ufficiale del pontefice (il Papa ha un account ufficiale solo su Twitter).



E' così che, al di là della parodia, si producono situazioni seriamente compromettenti dal punto di vista etico: questi profili sono invasi dai messaggi di persone che credono ingenuamente si tratti del vero Papa e gli chiedono aiuto e conforto, raccontandogli situazioni personali tragiche e lasciando a volte anche i propri contatti, sperando che il pontefice telefoni anche a loro.

Come abbiamo visto più volte è molto difficile bloccare subito queste situazioni, i tempi della giustizia possono essere davvero molto lunghi e come spiega Camilleri dopo la denuncia "Dicono che bisogna ottenere la liberatoria dagli Stati Uniti per agire".

Il problema delle identità digitali rubate è l'altra faccia del diritto all'oblio, ma portano entrambi alla stessa conseguenza: un'identità falsa è dannosa come un'identità cancellata e nulla. I personaggi pubblici non possono più semplicemente sottrarsi alla Rete, ma piuttosto imparare a costruire una presenza ufficiale controllata e gestita direttamente da loro o dal proprio staff.



venerdì 8 agosto 2014

Wikipedia contro il diritto all'oblio: "È immorale"

Anche Wikipedia si esprime sulla decisione della Corte Europea di legittimare il diritto all'oblio, dopo essere stata toccata dalla questione in seguito all'"oscuramento" di alcune voci dal motore di ricerca di Mountain View. Il commento della Wikipedia Foundation, la fondazione senza scopi di lucro che gestisce il sito dell'enciclopedia online, ha dichiarato che si tratta di un attacco frontale alla libertà di informazione.

Il diritto all'oblio è stato approvato lo scorso maggio in tutela della privacy online degli utenti di internet, legittimati a richiedere la cancellazione di link lesivi o irrilevanti associati al loro nome, previa valutazione del caso da parte del team di Google a seguito della richiesta.

giovedì 7 agosto 2014

Canvas fingerprinting: la nuova tecnologia per tracciare le abitudini degli utenti

Il tracciamento degli utenti che navigano su internet è un tema sul quale l'attenzione si mantiene alta, soprattutto dopo che la faccenda del Datagate ha svelato i lati oscuri della navigazione online e i seri pericoli per la privacy dei cittadini.

L'allarme si è esteso ai motori di ricerca, ai social network e ai siti che collezionano dati sugli utenti a scopi commerciali e di marketing attraverso i cookie. Il polverone sollevato dal Datagate e dalla preoccupazione sempre più forte dei cittadini di essere spiati, ha fatto sì che venissero allo scoperto misure per contrastare l'arbitraria iniziativa delle società di internet di collezionare le informazioni online.

lunedì 4 agosto 2014

Malaysia Airlines: dalla crisi reputazionale al rebranding

La reputazione è uno degli asset più importanti nell'ambito dell'aviazione civile, che deve assicurare prima di tutto la sicurezza dei viaggiatori in volo. La messa in dubbio dei requisiti di sicurezza per una compagnia aerea può influenzare in modo molto negativo il suo valore e il suo profitto, al punto da costringerla ad un'operazione di rebranding. La Malaysia Airlines è stata protagonista negli ultimi mesi di due incidenti che hanno causato la morte di 537 passeggeri in totale, e che hanno sconvolto l'opinione pubblica internazionale. Si tratta di un numero veramente elevato che ha fatto schizzare la compagnia in cima alle classifiche annuali per numero di incidenti, con significative perdite per quanto riguarda il valore aziendale.