venerdì 10 dicembre 2010

NeighborGoods e il ritorno al baratto sul web





Pochi giorni fa ci è giunta dall’America una notizia che, dal punto di vista umano ed economico, ha una potenza di innovazione sconvolgente, sebbene le sue radici affondino addirittura nella preistoria. Micki Krimmel, giornalista, appassionata di pattinaggio e ambientalista, collaboratrice di Al Gore, ex vicepresidente degli Stati Uniti, nel documentario «Una scomoda verità», ha creato infatti una rete di scambio tra vicini totalmente gratuita, una sorta di community dal nome emblematico di NeighborGoods, che risultata incentrata sulla condivisione di oggetti presenti in una bacheca online e in una rete di prestito o baratto continuamente in sinergica espansione. Tra gli oggetti che compaiono nella bacheca si può trovare di tutto: dagli utensili da cucina agli attrezzi di lavoroo, fino a cellulari, dvd o addirittura televisori: oggetti che, di partenza, hanno range di prezzo e valore totalmente differenti, ma che vengono prestati all’interno di una rete di persone il cui unico requisito è abitare a pochi chilometri di distanza.

Accedere a questa community ha soltanto una quota di ingresso estremamente bassa e perciò accessibile a chiunque, del valore di cinque dollari, richiesta per alcuni prestiti che implicano, prevalentemente, l'utilizzo di oggetti costosi. Essa costituisce per ora l'unica fonte di guadagno tale da garantire la sostenibilità economica dell’intera community.





Tutto è iniziato nella California del Sud, ricca di piccole comunità assai abituate ad un uso innovativo e ecologicamente corretto di Internet: dalle iniziali sperimentazioni, Micki Krimmel ha poi espanso la sua attività anche in altre zone degli Stati Uniti, ed ora si registra un convincente aumento di NeighborGoods soprattutto nelle grandi metropoli,ma il fenomeno è in costante crescita, tanto che l’imprenditore Roo Rogers  e Rachel Botsam gli hanno dedicato un libro di analisi dal titolo «Consumo collaborativo».


La condivisione di beni e servizi all’interno di communities il cui accesso è totalmente gratuito o richiede, in alcuni casi, basse quote di iscrizione, abbonamenti o microtransazioni, è molto più di una nuova moda. Secondo i due scrittori, infatti, il fenomeno può essere interpretato come un ritorno alle origini dell’uomo in cui la partica del baratto sostituiva la presenza della moneta e, quindi, tutti gli oggetti avevano il medesimo valore, ma non solo; infatti, senza dimenticare che queste comunità nascono nell’era digitale e proprio su di essa si imperniano, i concetti  keyword di reputazione e accesso collettivo diventano basilari non solo tra gli utenti ma anche tra coloro i quali intendono far parte di questi gruppi. L’informazione circa gli iscritti, il modo in cui vengono “trattati” e condivisi gli oggetti, se positivo, conduce inevitabilmente ad una reazione a catena: quanto meglio vengono usati gli oggetti e quanto più sono gli iscritti, tanto maggiore sarà la crescita dello scambio.

In realtà, altri microgruppi come quello creato da Micki Krimmel si erano affacciati, e con successo, sul mercato; è il caso di splitGames, community creata da ragazzi farncesi basata sullo scambio di videogiochi, e acquisita poi da Fnac, o, CouchSurfing, associazione non profit fondata nel 1999 all’interno della quale i partecipanti si propongono per offrire la loro abitazione agli altri iscritti della community e, all’occorrenza, diventare guide sul territorio per loro. Quest’ultimo esempio può essere rivelatore di una potenziale svolta e crescita nell’ambito del turismo.

La pratica del baratto on line è interessante non solo come fenomeno di costume, ma anche nell’ottica di web analysis. L’indagine sulle selezioni dei consumatori all’interno di queste communityes in rapporto alle scelte d’acquisto effettuate presso classici portali di e-commerce, può rivelarsi uno strumento euristico per verificare l’impatto specifico di un dato contesto digitale sui comportamenti di consumo.
Tutti questi fenomeni si rivelano interessanti indicatori persino di analisi de i comportamenti di consumo: la forma di scambio anziché di acquisto, avrà un impatto maggiore sulle scelte dei consumatori?

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