martedì 15 febbraio 2011

Anche i commercialisti hanno una Reputazione: licenziati in Italia per colpa di Facebook

Un uso malsano di Facebook può portare al licenziamento? A quanto risulta da alcuni fatti accaduti recentemente, parrebbe di sì.

Al contrario di quanti molti hanno scritto, non è la prima volta in Italia che si registra un caso di licenziamento dovuto ad un uso sconsiderato del social network. Ricordiamo infatti la discussa vicenda della dipendente dell’azienda Danieli, che fece da apripista un paio di anni fa.

Questi episodio è stato seguito, di lì a pochi giorni,  da un evento opposto: una faccenda simile era infatti accaduta negli USA, ma il dipendente è stato reintegrato con la motivazione che il diritto ad una personale libera espressione delle proprie opinioni è del tutto inviolabile.

Quanto all’episodio verificatosi in Italia, tutta la situazione si prefigura tutt’altro che semplice. Considerando le le lettere di richiamo ricevute dal dipendente risulta infatti che l’uso del social network abbia in realtà svolto un ruolo quasi marginale nella concatenazione delle cause che hanno condotto al licenziamento.  Se da una parte i maggiori quotidiani riportano la notizia intitolandola semplicemente “Licenziato per Facebook”, starà invece ai giudici decidere quali elementi realmente adducibili alla piattaforma social hanno ricoperto un ruolo determinante, o se siano, al contrario, altri i veri motivi.

L’episodio ha avuto come contesto quello della Cassa Nazionale di Previdenza dei Commercialisti nei cui uffici, a seguito di un aspro cambio di dirigenza, si era venuta a creare un’atmosfera da vera e propria cortina di ferro, irrobustita da interminabili screzi e disagi tra i singoli colleghi  e nei confronti dei capi ufficio. Due impiegati, Francesco e Fabiola,  a causa di alcuni commenti dai contenuti negativi postati sulla propria bacheca di Facebook, ricevono lettere ufficiali di richiamo, finché alla quarta scatta il licenziamento per Francesco, giovane dipendente che ormai da sette anni lavora presso l’ente.

Le lettere di richiamo prima e quella di licenziamento poi contengono chiarissimi riferimenti a quanto da lui esternato sul suo profilo Facebook: pare, difatti, che Francesco avesse postato commenti critici e maleducati nei confronti di capi, dirigenti e colleghi e frasi a contrasto di una armonia lavorativa, oltre a foto irriverenti scattate proprio in ufficio e poi caricate su Facebook. Il tutto, a quanto viene riportato, accompagnato da un articolo da lui elaborato contenente critiche ragionate e le sue tesi a riguardo circa la Cassa Nazionale di Previdenza dei Commercialisti.

Se Francesco vivesse negli Stati Uniti, forse verrebbe, tramite un giudizio rapido e popular, reintegrato in quanto i suoi commenti risulterebbero semplici espressioni di libertà di pensiero.
Tuttavia, la sua storia risulta assai più complicata: svariati messaggi e foto pare siano state caricate proprio durante l’orario lavorativo, seppur usando l’Iphone personale, e non il PC dell’ufficio. Ma è giusto navigare sulle piattaforme social durante l’orario lavorativo? E i contenuti giudicati lesivi da lui postati, avevano avuto effettivamente ulteriori ripercussioni negative sul clima già compromesso dell’ufficio?

In realtà, dall’esito della vicenda, pare che Francesco sia stato licenziato soltanto per i suoi atteggiamenti e gli scontri accusati con i responsabili, i quali hanno voluto “fargliela pagare” per l’accaduto. Tuttavia, questa intricata vicenda pone i ulteriori interrogativi sull’uso di Internet sul posto di lavoro e sull’utilizzo di Facebook nella propria vita quotidiana.

E Fabiola, “partner in crime” di Francesco? Per un messaggio su Facebook offensivo contenente una parolaccia, è stata richiamata ufficialmente e sospesa per la durata di quindici giorni dal lavoro e dal relativo stipendio.

Non  deve poi stupire il fatto che ella risultò sinceramente incredula, quando spiegò che neppure ricordava di aver postato quel  commento  su Facebook.

Questo episoodio conduce ad alcune importanti conclusioni.
Innanzitutto, nel contesto italiano, risulta evidente una atteggiamento molto pressapochista se non ignorante di Facebook (come avevamo messo in luce nella nostra ricerca Il lavoro ai tempi di Facebook): mancano infatti gli accorgimenti necessari al fine non solo di salvaguardare la propria privacy, ma anche nei confronti dei contenuti postati, e, conseguentemente, nei confronti della propria identità digitale.
In seconda istanza,  in Italia c’è un’ assenza preoccupante di leggi e regolamenti afferenti all’uso di  Internet nel lavoro, proporzionalmente a  qualsiasi altro ambito (P2P o diritto d’autore sono nella stessa situazione). Questo provoca una grave mancanza non solo in Italia, ma anche a livello europeo e mondiale.

Questo “lack” porterà ad un sfruttamento di legislazione appropriata da parte dei potenti nei confronti di chi è più debole, o, semplicemente, meno informato e meno attento?


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