martedì 22 febbraio 2011

I social media e la caduta dei tiranni

Su Quora trova spazio in questi giorni la spinosa questione della Libia, che ha condotto moltissimi utenti ad interrogarsi sul destino di http://bit.ly/, sito di condivisione di links e quindi di notizie, nel caso in cui Gheddafi prendesse la decisione di interrompere l'accesso a Internet a causa delle inamovibili proteste che si stanno scatendando contro il suo governo.
Alcuni utenti hanno impiegato la piattaforma social di Quora per esternare le proprie impressioni a riguardo, come nel caso di Kim Davies, il quale condanna fermamente la decisione, come quella presa da Gheddafi, di generare un Internet shutdown, ovvero un blocco di notizie provenienti oltre i confini dello Stato, rendendo dunque unico solo il flusso mediatico ufficializzato dal regime.
Kim Davies parla quindi di ripercussioni disastrose che questo processo potrebbe avere non solo sulla Libia, ma sull’intero scenario mondiale, recuperando inoltre quanto scritto da John Borthwick, il quale specificava che i server delle autorità libiche (col dominio LY) sono stati installati al di fuori del Paese, e quindi essi non dovrebbero nè potrebbero essere intaccati.

Tuttavia pare che tali server siano comunque sotto stretto controllo da parte delle autorità libiche, le quali provvedono a caricare su di essi solamente i dati ufficializzati dal regime di Gheddafi.
Kim Davies prosegue citando fonti sicure: “senza un intervento esterno, la disponibilità dei domini LY potrebbe essere compromessa entro 28 giorni, nel caso in cui le registrazioni libiche vengano tagliate fuori da Internet”.
La discussione circa l’interruzione forzata di Internet in Libia è accesa sui social media di altri Paesi.


Il percorso di isolamento mediatico ha seguito tappe ben precise: inizialmente sono stati lockati siti come Facebook e altre piattaforme social, poi si è proseguito con un taglio olistico ed onnicomprensivo di quasi tutti i siti internet. Seguendo le impronte già tracciate da Cuba e dalla Corea del Nord, la Libia ha dunque deciso, prima ancora di imbracciare le armi, di effettuare un netto taglio mediatico, comprendendo che i tweet possono essere molto più lesivi di qualunque altro strumento di opposizione, e che il passaparola mediatico è divenuto ormai l’arma di tutti e per tutti.
La Libia pertanto si trova ora tagliata fuori dal resto dello scambio mediatico internazionale. Ma per quanto questa sistematica oppressione di libertà di informazione e pensiero avrà vita?
La relazione stretta in queste settimane tra le rivolte per la liberta dei Paesi Nord-Africani e nel Medio Oriente e il passaggio di informazioni preziose, come il video di Gheddafi in fuga dalla Libia diffuso su YouTube, mostrano che la difficoltà di “esportare la democrazia” sulla quale tipicamente si ragiona dopo la caduta di un regime totalitario, si scontrano con un processo di democratizzazione già in atto tra e per questi popoli: le azioni concrete di supporto sulla rete. Fa riflettere sorridendo la notizia di ieri dell' egiziano che ha dato a sua figlia il nome "Facebook" a celebrare il ruolo del social network in un frangente così decisivo per il suo popolo.
Ripenseranno le autorità libiche al celebre aforisma del filosofo Sören Kierkegaard e ne capiranno dunque la potenza?

L'uomo non fa quasi mai uso delle libertà che ha, come per esempio della libertà di pensiero; pretende invece come compenso la libertà di parola.

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