lunedì 28 febbraio 2011

Kenneth Cole: uno scandalo su Twitter. E sul resto del web?

Nelle scorse settimane si è parlato molto di un clamoroso caso di marketing virale.

L’episodio ha visto come protagonista il famosissimo stilista Kenneth Cole, etichetta di successo negli Stati Uniti, già curatore d’immagine per attrici come Jessica Alba e Sharon Stone, e proprietario di un lussuoso negozio di profumi e accessori a NYC.

Stando all’accaduto, il signor Cole, o qualcuno interno al suo entourage, proprio nei giorni legati alla rivolta in Egitto ha avuto la scellerata idea di promuovere la sua collezione primaverile, sfruttando la visibilità che l’hashtag #Cairo stava avendo in quei giorni (e che tutt’oggi mantiene),utilizzato dagli utenti per condividere e diffondere preziose aggiornamenti sulla situazione in Egitto.


Il tweet incriminato non tardò a suscitare reazioni di risentimento e rabbia collettiva: sulla piattaforma del Social Network Twitter, infatti, sono stati registrati 1500 commenti di disapprovazione dai toni decisamente aspri, e postati da utenti di tutto il mondo.

Kenneth Cole non esitò dunque a rimuovere il tweet incriminato sperando di poter così cancellare l’accaduto, porgendo inoltre un post di scuse (apparentemente) sincere. Tuttavia la sensibilità degli utenti non restò affatto impressionata, tanto che rincararono la dose con altri tweet di uguale, se non maggiore disapprovazione.


C’è di più: il tweet di Kenneth Cole, che prima di essere rimosso aveva fatto il giro della rete, è stato anche emulato nei toni e nei supposti intenti con l’obiettivo di dissacrare lo stilista, come è visibile dagli esempi sottostanti:

“La gente a Mosca sta ESPLODENDO per i nostri sconti” (il tweet si riferisce all’attentato all’aeroporto russo dei giorni scorsi)

“Se in Australia avete l’acqua alle caviglie, provate la nostra nuova linea di pantaloncini” (il tweet si riferisce ai recenti allagamenti nell’isola dell’Oceano Pacifico)

Andando oltre il mero accaduto, facendo un giro sulla rete ci accorgiamo (ad esempio digitando il nome di Kenneth Cole) sul motore di ricerca di Google, che l’identità digitale direttamente correlata al suo nome non è stata poi tanto scalfita. Solo due articoli relativi alla vicenda appaiono nella prima pagina di Google.


Al contrario, se digitiamo “Kenneth Cole tweet” possiamo effettivamente constatare una cascata di siti (soprattutto siti di autorevoli quotidiani americani) che riportano la notizia e le reazioni da essa suscitata.

Su Facebook, inoltre, non c’è alcuna traccia del recente terremoto suscitato dal tweet.

In conclusione, pare dunque che la polemica sia rimasta confinata all'interno di Twitter, non estendendosi affatto su altri canali social.

Questo dimostra ancora una volta la sostanziale differenza tra la viralità dei contenuti all’interno di uno specifico canale e la diffusione degli stessi nel resto del web.
Esse, infatti, non sempre coincidono, e possono percorrere binari separati senza necessariamente intersecarsi.

Probabilmente un cliente di Kenneth Cole che non possiede l’account twitter e non ha letto di questa notizia, non farà caso a quei due contenuti in prima pagina.
E altrettanto plausibilmente Kenneth Cole dovrà verificare nei prossimi mesi che il caso non venga ripreso su altri canali, magari nella forma già sperimentata della parodia.

Dato il cinismo già mostrato chissà, potrebbe quasi decidere di guadagnarci. In proporzioni diverse questa vicenda ricorda infatti quella di Decor MyEyes e della filosofia “basta che se ne parli”.
Ma può, il marketing virale, ricorrere persino allo sfruttamento della più sconvolgente e terrificante attualità per proporre qualcosa di inedito e accattivante? È lecito questo?

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