martedì 26 luglio 2011

Social Media al lavoro, ma anche prima

E' noto come ormai sia una consuetudine da parte delle aziende testare il profilo e la reputazione dei propri candidati sul Web in fase di recruiting. Una foto, una frase, persino uno schieramento politico rivelato on line possono pregiudicare la scelta. Non si tratta di indulgere nel terrorismo psicologico, ma senz'altro i social media sono entrati a gamba tesa nel mondo del lavoro come fattore di mediazione e decisione tra aziende e candidati (ne abbiamo parlato anche qui).

Non solo. Ora pare che l'identità digitale assurga ufficialmente a criterio di selezione: il New York Times ci racconta infatti che alcune aziende cominciano a richiedere ai propri candidati di superare un test di "reputazione" sui social media, attraverso il servizio offerto da società come la start up Social Intellingence. La società si occupa di effettuare uno screening del Web e di consegnare all'azienda un report completo sulla reputazione on line del candidato, che include informazioni pubbliche rilevate sui social media come i suoi orientamenti sessuali, politici, documenti e contenuti che lo riguardano come foto e video taggati con il suo nome.
Questo tipo di indagine preventiva, sebbene giudicata conforme al Federal Credit Reporting Act dalla Federal Trade Commission, mette in allarme i difensori della privacy che sottolinea come il servizio induca i selezionatori a considerare informazioni che in realtà non incidono sulle performance lavorative e le competenze del futuro candidato.
Ma Mr Drucker, chief executive di Social Intellingence, sottolinea come questo sistema serva anche a tutelare gli stessi candidati da false attribuzioni e scambi di persona che facilmente incorrono se ci si affida solo ad una ricerca manuale su Google, come moltissimi selezionatori oggi già fanno.
La questione è senz'altro delicata, ma il fatto che negli USA si stia discutendo della regolamentazione di quella che è diventata una pratica abituale nei sistemi di recruiting, invita a riflettere: da un lato i candidati a cogliere il valore costruttivo di questi strumenti (ad esempio per mettere in luce le proprie doti) e dall'altro le aziende a dotarsi di un metodo e di una procedura per assegnare un valore ragionato ai social media nella selezione dei candidati.

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