mercoledì 14 settembre 2011

Anonimato e Identità digitale: il parere degli esperti a confronto dopo le esternazioni di Facebook e Google Plus

Il blogger satirico – esperto e dissacratore del Web 2.0; la giurista; l’ingegnere reputazionale.

La recente presa di posizione sulla questione “anonimato e identità digitale” dei due “grandi dei Social Network”, Facebook e Google Plus, apparentemente convergente all’inizio, pare in realtà delineare due diverse strategie. Facebook si è esposto sulla questione etica, facendo considerazioni esplicitamente negative sul comportamento “medio” degli utenti anonimi, e forse proprio per questo è rimasto al “de iure” e non ha esplicitato chiaramente come intende muoversi.
Google Plus al contrario è passato alle vie di fatto, cancellando gli utenti anonimi. Si è affrancato dalla questione etica, facendone anzitutto una questione di target e di livello di servizio. (…forse può permetterselo perché è agli inizi? Invece, quanto costerebbe a Facebook rimuovere tutti gli utenti anonimi esistenti? Quanta percentuale di Facebook copre l’utenza anonima)?
E’ doveroso riconoscere, per onestà intellettuale, che il Web 2.0 si è costruito sull’anonimato o piuttosto, per meglio dire, sul concetto di “identità virtuale” (coperta da nickname).

Molti infatti ritengono tuttora che l’utilizzo di molteplici identità virtuali diverse da quella reale sia uno degli strumenti migliori a disposizione per esprimere al meglio tutte le sfaccettature della nostra personalità in Rete e vedono molto male la retorica buonista della difesa della Rete da troll, Hacker e Fake.
Pensiamo a tutti i blogger di successo conosciuti per il loro nick (dal “decano” dei blogger italiani – tra i primi ad essere stato intervistato dai media tradizionali in quanto tale - Personalitàconfusa al recentissimo Spider Truman dei “Segreti della Casta di Montecitorio”, da Macchianera a Metilparaben ecc) e non per il loro vero nome o perché quel determinato contenuto è stato scritto da qualcuno di famoso, ma per il valore - o l’interesse a vario titolo - dei contenuti che producono in se stessi.
Pensiamo anche ai forum, dove si sono costituite vere e proprie comunità di persone che dialogano (pari e anche superiori per volume a molti centri culturali o di aggregazione sociale e politica realmente esistenti). Lo stesso cosiddetto – e tanto bistrattato od osannato a seconda dei casi - “popolo di Facebook” è ormai, almeno numericamente e per “influenza” sui media, equiparabile quasi ad una potenza mondiale, che sieda al tavolo del G8.
È anche necessario riconoscere che il sistema dell’anonimato è stato un incentivo per lo sviluppo di queste piattaforme, e il nickname è nato come forma di protezione e tutela della privacy dell’utente e della sua libertà di espressione e non certo come “lasciapassare” per comportamenti illeciti (che è stata piuttosto una sua degenerazione ).
Invertire la rotta rispetto a questo principio, in virtù dell’idea per cui “le persone si comportano decisamente meglio quando in gioco ci sono le loro identità reali” - come ha recentemente detto la Marketing Director di Facebook Randi Zuckerberg, sorella maggiore del CEO e fondatore Mark - significa smontare un intero sistema di relazioni, porre fine ad un’epoca: non sappiamo quanti sarebbero disposti ad accettarlo e se questo farebbe bene al web e soprattutto a chi lo usa.
“Il nome reale esprime l’identità, ciò che siamo per il gruppo sociale cui apparteniamo, è l’ortodossia alla propria famiglia, al proprio lavoro, al proprio credo politico o religioso. Al contrario, il nickname è l’eterodossia da se stessi, è la possibilità di stancarsi di essere soltanto questo piccolo ego limitato. È espressione delle libertà contenute nella personalità (intesa come nel latino “persona” = maschera), tanto ampie da ammettere la contraddizione e la liberazione da se stessi.” Come ha detto un autorevole blogger, ormai famoso in Rete per la sua esilarante “satira 2.0” molto bene informata e circostanziata e i suoi commenti caustici, che nella vita reale è un giurista d’impresa , cattolico piuttosto praticante – come lui stesso si definisce – Giovanni Scrofani.
Lo stesso autorevole blogger (noto come Jovanz74) ritiene dunque, ed è difficile non essere d’accordo almeno parzialmente, che la vera motivazione per cui i Big dei Social Network scoraggiano l’uso di pseudonimi e anonimato in Rete è di ordine più che altro economico e politico: economico, perché sulla Rete ormai “i dati, i gusti, i dettagli di ogni tipo degli utenti valgono oro” per tutti coloro che si occupano di marketing. Di ordine politico, perché sarebbe in teoria più facile, per le Polizie Postali, risalire agevolmente all’identità di chi commette reati in Rete – salvo poi abusare di questa possibilità perseguendo anche chi se ne esce incautamente con frasi ad effetto, scambiabili per minacce di terrorismo o sospetti di cybercrime...in realtà, ci sono vari modi per scoprire l’identità reale anche a prescindere dall’uso di pesudonimi o nickname, ma in ogni caso, conclude il “nostro”, il “buon vicinato” tra le Multinazionali e l’Ordine Pubblico consente migliori affari a tutti.
Ci sono anche sostenitori dell’anonimato in Rete che si basano su questioni giuridiche e di diritto, come Deborah Bianchi, avvocato specializzato in diritto applicato alle nuove tecnologie, che esercita nel Foro di Pistoia e Firenze in materia civile e amministrativa: “Le procedure di raccolta di informazioni rese possibili dalla tecnologia informatica a fini di marketing, di reclutamento professionale, di pubblicità, determinano il rischio che l’identità venga frammentata, all’insaputa dell’interessato, in una molteplicità di banche dati offrendo così una raffigurazione parziale e potenzialmente pregiudizievole per la persona. Ecco perché parlare di tutela dello pseudonimo assume un significato pregnante per garantire l’idea di sé che il soggetto vuole comunicare e in cui si riconosce.”
Dopo aver spiegato la differenza tra anonimato digitale in tema di diritto penale, civile e di difesa del diritto d’autore (a cui rimandiamo, sul sito dell’ADUC, associazione per i diritti di utenti e consumatori) e di tutela della privacy, la stessa giurista propone un modello flessibile di anonimato in Rete: se “non è ipotizzabile un diritto all’anonimato blindato nel senso di una fattispecie chiusa e inamovibile”, si può però restringere il diritto all’anonimato nell’ambito dei crimini di pedopornografia a favore della sicurezza pubblica, aprendo il campo a una “data retention” proporzionata al livello della gravità dei beni protetti.
Nell’ambito del diritto d’autore invece il diritto all’anonimato può essere elaborato secondo schemi di sostenibilità relativi alla mole di materiale violato e al tipo di consumo effettuato (personale o a fini di lucro).
L’anonimato rappresenta comunque per Deborah Bianchi uno spazio di libertà e una forma di tutela effettiva per la propria identità digitale e per il proprio patrimonio informativo: un diritto della persona, anche se in continua relazione con il mondo dei diritti circostanti in una logica di bilanciamento degli interessi in gioco.
“Da un punto di vista più tecnico e meno giuridico, per chi come noi si occupa di identità e reputazione digitale – o se vogliamo, anche semplicemente di convenienza sociale dell’uso dei media digitali”, aggiunge Andrea Barchiesi, Amministratore Delegato di Reputation Manager, “piuttosto che dire aprioristicamente no ai profili anonimi o ai nomi inventati come sembra oggi voler fare Google Plus (il presidente di Google Eric Schmidt, come si sa, ha dichiarato che G+ è primariamente “un servizio di identità”, di qui la politica del real name) sarebbe opportuno pensare a delle strutture che consentano diversi livelli di visibilità - così come avviene già per la privacy.”
Per cui al livello più generale e “visibile” l’utente ha la possibilità di mantenere un profilo fittizio, mentre per compiere alcune specifiche azioni deve necessariamente autenticarsi (anche se i suoi veri dati sono visibili internamente solo ai gestori della piattaforma), di modo che si possa sempre risalire alla sua identità.
Gli stessi social network potrebbero promuovere attraverso esempi concreti un’etica della trasparenza, in modo tale che l’interazione attraverso la propria identità non sia vissuta dall’utente come l’imposizione di una regola, ma come la possibilità di utilizzo diverso di uno strumento che deve restare virtuoso anche quando ci si firma con un nickname (e in caso contrario implicare una rimozione del profilo).
Un principio regolatore dell’identità digitale, che oggi è sempre più coincidente con quello di contenuto e di valore, dovrebbe dunque incentivare le tendenze positive nel comportamento delle persone (i buoni motivi per “mettere la faccia” sui contenuti che pubblichiamo, e che andranno a costituire la nostra identità sul web) anziché pensare di agire per contrastare preventivamente l’innata tendenza al misfatto anonimo, che troverebbe comunque il modo di avere luogo.
Chi è interessato a curare la propria identità digitale in vista, ad esempio, di trovare o cambiare un posto di lavoro, deve fare un uso oculato delle piattaforme social e trattarle come un’opportunità, cercando una certa coerenza tra le sue varie espressioni in Rete (che siano o no coperte da pseudonimi e che rendano più o meno facile risalirne all’identità reale): curare il proprio profilo Linkedin, scrivere un blog che metta in luce le proprie abilità, creare una rete di relazioni di valore attraverso Twitter, e nei casi più creativi pubblicare un video curriculum su YouTube sono ottimi metodi per proporsi al mercato del lavoro “mettendoci la faccia”. Quella giusta però…

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1 commento:

  1. Per chi fosse interessato ad approfondire il tema dell'identità digitale per gli adolescenti che navigano su internet, ecco un nuovo video: http://www.youtube.com/watch?v=hwAZyLuC770

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