martedì 29 novembre 2011

Il caso #palazzochigi e l'identità digitale delle istituzioni

Lo spunto è quello dibattuto qualche giorno fa sul microblog sempre più seguito ormai anche in Italia: da un po’ di tempo (c’è chi dice due anni) qualcuno twittava da un account @palazzochigi.
Complice la decisa “differenza di personalità” dei due Presidenti del Consiglio, quando la foto del profilo è cambiata e i messaggi hanno nettamente virato di tono, il nuovo interlocutore denominato PalazzoChigi è sembrato vero a molti – soprattutto a coloro che non lo seguivano prima, e a tutti i “newbie” di Twitter, ogni giorno di più - confondendo così le idee del popolo del microblog. Per riassumere velocemente la vicenda ai pochi che non la sanno, a quel punto molti navigatori hanno mandato al deputato più famoso di Twitter, il PD Andrea Sarubbi, la richiesta di fare chiarezza, far controllare ed eventualmente far chiudere l’account dalla Polizia Postale, e così il deputato, noto per i suoi racconti delle sedute della Camera in 140 caratteri, #opencamera, si è dato da fare, e ha provveduto - ritenendo di far bene, data la situazione.

Giustamente il giornalista Jacopo Giliberto ha poi posto, a valle di questa storia, la domanda sulle regole, stigmatizzando la presenza in Rete di due tipi di “scuole di pensiero”: egli dice infatti chi frequenta la rete si divide fra liberisti totali (nessuna regola) e liberisti moderati (regole blandissime). Chi non frequenta la rete, o chi la teme perché non riesce a controllarla, invece vuole regole vincolanti.

Personalmente non sono certo di riconoscermi né nell’una né nell’altra categoria, posta in questi termini. Forse, dovendo proprio scegliere, sicuramente più vicino alla prima che alla seconda, consapevole come sono, anche per deformazione professionale - mi occupo dal 2004 di ingegneria reputazionale sul Web 2.0 - , che oggi la Rete offre opportunità incredibili ad aziende, prodotti e persone, ma può essere anche un’arma a doppio taglio per la nostra reputazione online, che va in qualche modo difesa e tutelata.
Prova ne sia che solo poche settimane fa mi sono espresso da “liberale” per così dire, nel dibattito tra anonimato e identità digitale scaturito dopo le esternazioni di Facebook e Google Plus suggerendo che, al massimo, sarebbe opportuno pensare a delle strutture che consentano diversi livelli di visibilita.
Detto questo, vorrei lasciare da parte per un attimo il contesto politico (per cui ad esempio da più parti si diceva che sarebbero stati i sostenitori del nuovo Governo, che non tollerano critiche, ad aver voluto la chiusura dell’account), e concentrarmi invece su quella che penso sia la sostanza della questione, ovvero se sia lecito o no usare l’identità digitale di qualcun altro, sia pure un’istituzione, per fare satira in Rete.
La mia risposta, da cittadino, è ovviamente sì. Ma aggiungo: purchè sia chiaro a tutti (o…quasi) che di satira effettivamente si tratta.

Quando attori e imitatori capaci impersonano personaggi politici, nessuno ha nemmeno lontanamente il dubbio che si tratti proprio di costoro, anche se le somiglianze – e le storpiature del loro pensiero minime ma sufficienti a provocare il riso –sono impressionanti.
Ma se una persona firmasse un articolo su un giornale con il nome di un politico, dicendo cose simili ma non uguali al pensiero dello stesso politico, e facesse questo solo per prenderlo in giro, giustamente potrebbe essere perseguito, quantomeno per aver indotto i lettori a credere che quello fosse effettivamente il pensiero di quel politico (e non tanto per l’averlo deriso).
Ecco perchè, mutatis mutandis - e assolutamente a prescindere dal contenuto della satira e dei messaggi dell’account Twitter in questione – ho sempre ritenuto (anche “in tempi non sospetti”) che usare un account travisabile dal punto di vista dell’identità fosse propriamente “furto di identità”.

Un conto è fare satira, infatti, un altro conto è creare dubbio e ambiguità su chi è che sta mandando il messaggio. La satira è libera, mandare un messaggio “borderline” attraverso una identità ambigua, meno. (“borderline” ripeto, perché, come dicevo all’inizio, il qui-pro-quo nel nostro caso dipende anche dalla contingenza: l’ospite di Palazzo Chigi odierno è molto meno riconoscibile e facile bersaglio di satira di quello precedente, e su questo immagino che tutti, a prescindere dalle idee politiche, saranno d’accordo…).
Per fare un esempio affine al nostro caso, se Maurizio Crozza, che ha tutto il diritto di fare satira all’interno del suo programma ed è chiaramente identificabile e non ha ambiguità, andasse travestito perfettamente da Monti a un TG e dicesse di ritirare tutti i soldi dalle banche perchè a breve falliranno per colpa sua, anche se l’intento potrebbe essere lo stesso – ovvero fare della satira - questo rischio di ambiguità si potrebbe configurare.

Il mezzo in questione, Twitter, si presta per mille ragioni - non ultima, l’entrata recente nel microblog di tantissimi personaggi pubblici, proprio per dialogare direttamente con fans e/o elettori - a essere travisato esattamente come il TG per la sua ambiguità implicita.
Per cui la necessità a priori di fare chiarezza sugli account utilizzabili non solo è lecita ma anche consigliabile se non si vuole scambiare il diritto alla satira con l’interlocuzione ambigua.

Come dicevo in un post precedente lasciato sul blog del giornalista Giliberto, ritengo che l’opzione più percorribile potrebbe essere quella non tanto di mettere delle regole a posteriori, ma di stabilire prima un criterio di pubblicazione dei nomi “sensibili” (come istituzioni e cariche pubbliche). I nomi di account come @PalazzoChigi, ma anche @Quirinale, @PresidentedelConsiglio, insomma tutti i nomi che possono essere associati a istituzioni e cariche pubbliche dovrebbero essere riferibili in prima istanza solo a chi queste istituzioni rappresenta e queste cariche ricopre, per poter loro consentire di dialogare in modo trasparente coi cittadini su Twitter. In questo senso si può pensare ad un meccanisimo che consenta di riservare l’account, proprio come avviene con i nomi di dominio o URL. Altra cosa è il creare dei gruppi di discussione, critica e satira intorno ad hashtag ufficiali (che indicano un topic, intorno al quale è normale oltre che lecito fare satira) #palazzochigi, #quirinale, #presidentedelconsiglio, diritto che va assolutamente garantito.

Forse sarebbe anche bastato, come dice il noto blogger Giovanni Scrofani di Gilda35, senza arrivare a chiudere l’account, chiedere al possessore di aggiungere qualcosa come un ritocco sul profilo che descrive l'autore: “un ritocco però che, rendendo palese l'intento ironico, avrebbe disarmato le polemiche”.
Fare in modo che chi vuole fare satira sul Presidente del Consiglio o un’altra carica dello Stato utilizzi un account con un nome che non dia adito a dubbi sul suo intento (le norme di Twitter dicono che le uniche impersonificazioni permesse sono quelle in cui un'utente medio è in grado di capire che si tratti di uno scherzo) non mi sembra essere una limitazione della libertà di pensiero e di parola in Rete. In questo caso è evidente che l'utente medio non riusciva a capirlo, proprio per quella fortuita commistione di ambiguità e serietà affettata che contrassegnava questo account.
Non auspicherei un intervento istituzionale o legislativo sulla Rete per limitare la libertà di parola, dunque, ma solo una prevenzione dei furti di identità digitale delle istituzioni, che sono portatrici (o dovrebbero esserlo) di valori per l’intera comunità e possono interloquire coi cittadini direttamente, ora grazie al Web 2.0.. Per il resto, largo alla satira… :)

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