mercoledì 31 luglio 2013

Il “made in China” e il peso della Reputazione on line

All’interno di un universo online costituito da 600 milioni di utenti cinesi e da 1 miliardo di abbonati alla telefonia cellulare, le interazioni sono numerose e viaggiano a velocità altissime. Questo enorme potenziale di pubblico è estremamente lucrativo. Lo dimostra il successo di grandi compagnie internet come Baidu, il primo motore di ricerca cinese (in grado di battere Google “in casa” con il 79% delle quote di mercato), o di Alibaba che, assieme a uno dei suoi portali, Taobao, ha fatturato 170 miliardi di dollari in vendite lo scorso anno, di più di eBay e Amazon insieme. L’e-commerce in Cina si rivela, dunque, una miniera d’oro.

Alla grande massa di utenti che acquistano online corrispondono altrettanti utenti che vendono una miriade di prodotti, dall’elettronica agli elettrodomestici, dall’abbigliamento al cibo. Di fronte ad una domanda così vasta e variegata, occorre potenziare le modalità dell’offerta, e una buona reputazione nel caso di un negozio online può essere una carta vincente.

Tra i servizi di reputation management maggiormente diffusi in ambito commerciale, sempre più richiesti sono quelli volti a migliorare la credibilità degli shop online in modo da convincere sempre più utenti ad effettuare gli acquisti.

martedì 30 luglio 2013

La Reputazione in Cina: "salvare la faccia" è importante anche sul Web




Il concetto di reputazione in Cina è profondamente radicato nella cultura cinese e trova una corrispondenza in mandarino con il termine “mianzi” (faccia). In una società che tradizionalmente vede il singolo come parte di un sistema gerarchico, la “faccia” non è altro che l’onore di un individuo, il “costume sociale” che influenza ogni ambito della sua vita. Dal passato fino ai tempi moderni, sono frequenti i casi di carriere stroncate da “passi falsi” che hanno determinato la cattiva reputazione di personaggi politici o del business. Oggi più che mai “salvare la faccia” è un’esigenza su cui i personaggi della vita pubblica investono sempre di più, perché in Cina è difficile, se non impossibile, riconquistare il prestigio che si aveva prima di essere colpiti da un’infamia. L’uso dei social network contribuisce ad amplificare l’effetto dirompente degli scandali, e neanche l’intervento repentino dei censori riesce a frenare l’ondata di clamore che questi sollevano. È ciò che è successo qualche mese fa ad un funzionario distrettuale di Chongqing (megalopoli della Cina centrale), Lei Zhengfu, destituito subito dopo la diffusione sui social di un video hard finito nella mani sbagliate, che lo vedeva protagonista assieme all’amante. E non si tratta dell’unico caso in cui i politici sono coinvolti in scandali sessuali o di corruzione

Sin dalla fine degli anni Novanta il governo cinese ha investito enormi somme nel controllo della rete, con la creazione di una firewall protettivo talmente potente da essere stato soprannominato “la Grande Muraglia del web”. 

venerdì 19 luglio 2013

Corporate Reputation: responsabilità sociale e ecosostenibilità aiutano a migliorarla

Ampi studi sulla responsabilità sociale d'impresa (Rsi) dimostrano che le performance di un'impresa si misurano anche in termini di sostenibilità ambientale e sociale. L'impresa odierna, infatti, non è  concepita soltanto come un attore economico, non deve essere un'entità produttrice solo di beni e servizi, ma contribuire in maniera utile, rispondendo alle esigenze della società civile.

L'opinione pubblica è sempre più attenta alle tematiche ambientali e al rispetto dei diritti dei lavoratori soprattutto dopo la diffusione dei social media. Oggi, il consumatore tiene in considerazione i processi di produzione della merce che acquista e la reputazione aziendale si costruisce anche su questo nuovo tipo di percezione.



Sono semplici i passi da seguire per ottenere una buona reputazione in ambito di Rsi:

- Creare un ambiente di lavoro sicuro, stimolante e in regola con le norme in materia di diritto del lavoro, cercando di assumere e mantenere personale qualificato.

- Attuare strategie produttive volte alla tutela dell'ambiente, cercando di ridurre le pratiche inquinanti e nocive, rispettando le normative e ottimizzando l'uso delle risorse energetiche, al fine di prevenire eventuali scandali.

- Puntare sulla comunicazione, soprattutto sul web: presenziare le principali piattaforme social, divulgare news su iniziative aziendali e far conoscere il proprio credo etico.

In quest'ultimo caso, occorre un prerequisito essenziale, ovvero la trasparenza, in modo che quanto dichiarato corrisponda effettivamente ad un risultato concreto. A tal proposito, in un recente studio pubblicato dall'Università di Salerno su come misurare il contributo della comunicazione alla corporate reputation per la creazione di valore, si evidenzia che tra il "saper fare bene" (being good) e il "farlo sapere" (being known), il secondo termine, a livello comunicativo, assume maggiore rilevanza. Tuttavia, secondo gli esperti dell'Università di Salerno, "non è detto che una condizione di sovraesposizione comunicazionale produca sempre effetti positivi".

giovedì 18 luglio 2013

Il caso Kyenge-Calderoli e l'impatto sulla reputazione dell'Italia all'estero

Le parole pronunciate lunedì scorso dal vice presidente della Camera, Roberto Calderoli, che ha paragonato il ministro dell'Integrazione Kyenge a un orango, hanno avuto risonanza anche sul web d'Oltralpe. Le discussioni nate nei forum e nei blog in lingua inglese negli ultimi tre giorni superano il centinaio, mentre su Twitter sono comparsi numerosi commenti e hashtag relativi alla vicenda (#Italy, #racism, #Kyenge).

Di certo, l'incidente non giova all'immagine e alla reputazione dell'Italia all'estero, considerata da molti ancora un paese arretrato nell'ambito dell'integrazione degli stranieri, la cui presenza è ormai parte integrante della società italiana con più di 4 milioni di individui regolarmente residenti (dati Istat 2011).

Le parole più citate in relazione alla vicenda Kyenge-Calderoli su Twitter

La risonanza mediatica che ha avuto la notizia è evidente dal volume di commenti pubblicati in calce all'articolo del Guardian del giornalista, John Foot, il quale sostiene che "l'Italia non è un paese razzista, ma è un paese dove il razzismo viene tollerato". L'articolo è stato commentato da più di 700 persone e condiviso sulle piattaforme di Facebook e Twitter quasi 8700 volte sia da utenti italiani che anglofoni in soli due giorni. I forum e i social sono stati animati da riflessioni sulle politiche migratorie dell'Italia e sull'incapacità dei politici di gestire la questione degli immigrati e della cittadinanza agli stranieri di seconda e terza generazione. Si legge su Twitter tra i commenti: "I razzisti non vinceranno, il futuro è l'Italia di Balotelli".

La vicenda, inoltre, ha scatenato un dibattito sulla politica dell'integrazione nel proprio paese, e dai commenti di molti utenti, sembra che il problema del razzismo non si limiti solo all'Italia ma venga percepito anche altrove, nei paesi di più antica immigrazione come gli Stati Uniti e l'Inghilterra.

"Il razzismo non è maggiore in Italia rispetto alla Gran Bretagna,- afferma un utente in risposta all'articolo di Foot,-  anzi ritengo che nel Regno Unito ci siano più razzisti. Provate a vedere nei sobborghi di Londra, Birmingham o Manchester come vengono trattati i neri e gli asiatici, regolarmente fermati e sottoposti a controlli da parte della polizia. Penso che il razzismo sia presente ad ogni livello in tutte le nazioni europee e, sfortunatamente, ciò è dovuto alla presenza di partiti come quello per l'indipendenza del Regno Unito (UKIP) e la Lega Nord".

In generale, l'affermazione di Calderoli ha letteralmente infiammato l'animo del web anglofono che ha espresso rabbia e delusione nei confronti di un paese considerato tradizionalmente ricco di contaminazioni straniere: "Un tempo Roma era la patria multiculturale del mondo, oggi invece lotta per capire come funziona il nuovo mondo", cinguetta così un utente australiano.



mercoledì 17 luglio 2013

Italian Social Banking Forum: l'analisi delle conversazioni online sulle banche italiane

Gli italiani che parlano online della propria banca, lo fanno soprattutto per chiedere informazioni sui prodotti (56% delle conversazioni totali)e principalmente attraverso i forum (57%). In seconda battuta si parla dei servizi offerti dalla banca (22%)e del brand (22%). Questo è quanto emerge dall'analisi condotta da Reputation Manager all'interno del progetto Social Minds, presentata da Andrea Barchiesi al primo Italian Social Banking Forum.



mercoledì 3 luglio 2013

E-commerce: il 52% ne parla bene online


Il 52% delle opinioni online sui pricipali portali e-commerce è positivo, il 28% neutro è solo il 20% negativo. Questo è quanto risulta dall'analisi di Reputation Manager pubblicata su Espansione di Giugno. L’aspetto che ricorre più frequentemente nei commenti è la qualità del sito web (sicurezza, usabilità, aggiornamento delle informazioni), che contraddistingue il 64% delle conversazioni rilevate. Al secondo posto le spedizioni, con il 40%,subito prima dei prezzi (39%).


L’analisi CERR® (Coefficiente Effettivo di Rischio Reputazionale) mostra una reputazione positiva dei siti e-commerce, con un valore medio totale di + 1,47. A trainare verso l’alto la reputazione degli acquisti online sono i prezzi (+ 1,85), la qualità dei prodotti (+1,63), mentre l’accessibilità al sito web (+1,37) e le spedizioni (+ 1,34) sono gli aspetti su cui gli italiani vorrebbero maggiore efficienza e che si riflettono sulla customer care, l’unica delle cinque valutazioni che non supera la soglia dell’1 (+ 0,84).
Gli utenti non transigono sulle spedizioni: in caso di ritardo o di errori, i commenti diventano pessimi.
utenti sono estremamente attenti.
Non è un caso, infatti, che ben il 65% delle opinioni negative riguardi proprio la qualità delle spedizioni.
Le lamentele più frequenti sono dovute ai ritardi nelle consegne o ad invio di prodotti non richiesti. In molti casi le procedure di rimborso risultano complicate.

Qui potete scaricare l'analisi completa: