martedì 2 dicembre 2014

Diritto all'oblio: pubblicate le linee guida dalle Autorità UE

Nei giorni scorsi le autorità europee che si occupano di tutela della privacy, radunate nel gruppo di lavoro Article 29, hanno pubblicato il documento che contiene le linee guida per applicare il diritto all'oblio, non è rivolto però ai motori di ricerca, bensì pensato come strumento di supporto alle autorità nazionali che si troveranno a gestire le varie richieste.


Ecco per sommi capi le linee guida:

1. I motori di ricerca come titolari del trattamento
La sentenza riconosce i motori di ricerca come responsabili del trattamento dei dati personali, e tale trattamento è distinto da quello di cui sono responsabili gli editori di siti web terzi.

2. Giusto equilibrio tra i diritti della persona e gli interessi fondamentali della comunità
Nella sentenza della Corte di giustizia europea, i diritti della persona prevalgono come regola generale rispetto all'interesse economico del motore di ricerca e a quello degli utenti di avere accesso alle informazioni personali attraverso il motore di ricerca. Tuttavia deve sussistere l'equilibrio tra i diritti del singolo alla privacy e quelli della comunità a conoscere informazioni di interesse pubblico, che sarà significativamente maggiore se la persona ha un ruolo pubblico.

3. Impatto limitato della de-incizzazione sull'accesso alle informazioni
Se l'interesse pubblico ad avere accesso alle informazioni prevale sui diritti della persona, la de-indicizzazione  del contenuto non potrà essere applicata.

4 Nessuna informazione viene eliminata dalla fonte originale
La sentenza stabilisce che l'oblio si applica solo ai risultati ottenuti dalla ricerca del nome della persona interessata, ma il contenuto non verrà rimosso dalla sua fonte originale quindi resterà accessibile direttamente o attraverso altri termini di ricerca.

5 Nessun obbligo per gli interessati di contattare la fonte originale
Le persone non sono obbligate a contattare direttamente la fonte del contenuto per richiedere la rimozione dai motori di ricerca, in quando quest'ultimo è considerato direttamente responsabile del trattamento dei dati personali.

6 Diritto degli interessati alla richiesta di de-indicizzazione
In base al diritto comunitario ogni individuo ha diritto alla protezione dei dati, per cui il diritto all'oblio riguarda tutti i cittadini dell'UE.

7 Effetti territoriali della de-indicizzazione
Per dare pieno effetto ai diritti del soggetto relativamente ai suoi dati personali così come stabilito dalla sentenza della Corte, le decisioni di de-indicizzazione devono essere implementate in modo da garantire l'effettiva e completa protezione dei diritti relativi ai dati personali e che le leggi dell'UE non vengano aggirate. In questo senso limitare la de-indicizzazione ai risultati a cui gli utenti accedono attraverso le versioni nazionali del motore di ricerca, non può essere considerata una soluzione sufficiente per garantire i diritti in accordo alla sentenza. Questo vuol dire che in ogni caso la de-indicizzazione dovrà riguardare tutti i domini, incluso il .com.

8 Informazioni al pubblico sulla de-indicizzazione dei link specifici
La pratica di informare gli utenti sul fatto che l'elenco dei risultati che stanno visualizzando non è completo, non è obbligatoria in base alla normativa di protezione dei dati personali. Questa pratica sarebbe accettabile solo se le informazioni sono presentate in modo tale che gli utenti non possono in ogni caso concludere che un particolare individuo ha chiesto la de-indicizzazione di risultati che lo riguardano.

9 Comunicazione al sito web sulla de-indicizzazione dei link
I motori di ricerca non dovrebbero informare il dominio interessato della avvenuta de-indicizzazione, non c'è alcuna base giuridica per tale procedura di comunicazione ai sensi del diritto UE sulla protezione dei dati. In alcuni casi il motore di ricerca potrebbe voler contattare l'editore per chiedere informazioni aggiuntive prima di prendere la decisione di applicare o meno la de-indicizzazione. Tenendo conto del ruolo importante che i motori di ricerca svolgono nella diffusione e accessibilità delle informazioni pubblicate su Internet e le legittime aspettative che i webmaster possono avere per quanto riguarda l'indicizzazione e la presentazione di informazioni in risposta alle richieste degli utenti, il gruppo di lavoro Articolo 29 incoraggia fortemente i motori di ricerca a fornire i criteri di de-indicizzazione che utilizzano e di fornire statistiche più dettagliate disponibili.

Attraverso queste linee guida le autorità sottolineano ulteriormente rispetto a quanto fatto finora la diretta responsabilità del motore di ricerca, che secondo questa impostazione rimane il protagonista di tutta la questione.
In particolare il punto 7 rappresenta la vera novità rispetto a quanto emerso finora: le autorità europee preposte vogliono che nel caso in cui si applichi la de-indicizzazione questa venga estesa a tutti i domini del motore di ricerca, anche al .com per evitare di nullificare l'effetto della rimozione.






martedì 25 novembre 2014

Internet è un diritto dell'uomo per l'80% degli italiani

L'80% degli italiani ritiene che Internet dovrebbe essere riconosciuto come diritto dell'individuo, anche se il 55% si dichiara più preoccupato della sua privacy rispetto ad un anno fa, in particolare il 69% teme furti dei suoi dati bancari e il 71% di quelli personali. I dati emergono dalla ricerca Ipsos condotta in 24 Paesi per il "think tank" Cigi (Center for International Governance Innovation).

In definitiva quindi sembra che non possiamo fare a meno di Internet, anche se temiamo i rischi che derivano dal suo utilizzo. Si tratta di una dicotomia interessante che rispecchia in pieno il rapporto complesso delle persone con un mezzo di informazione e comunicazione dalle infinite potenzialità e che cambia ogni giorno, e ci costringe costantemente a riadattare le nostre categorie.

Altro aspetto interessante della ricerca è la percezione differente che si ha della rete nei vari Paesi. Ad esempio in Africa e Medio-Oriente si registra la percentuale più alta di chi considera il web un diritto dell'uomo (89%), un mezzo importante per accedere alle informazioni (96%) e per la libertà di espressione (88%). I dati rispecchiano perfettamente quello che si è verificato nel corso della primavera araba, dove Internet ha rappresentato un mezzo fondamentale per il passaggio delle informazioni durante le rivoluzioni.
Per quanto riguarda la privacy, a livello globale la percentuale di chi si ritiene più preoccupato rispetto al 2013 arriva al 64%, in particolare la paura più alta è per l'eventuale furto di dati bancari (78%), poi per il furto dei dati personali (77%), e infine il 74% teme il tracciamento e la vendita delle sue abitudini on line a scopo commerciale.

I risultati della ricerca comunicano quindi un'esigenza generalizzata delle persone a regolamentare maggiormente l'utilizzo della rete, in modo che  utilità e libertà di informazione non debbano sacrificare la sicurezza personale. Un messaggio importante che tutti i soggetti pubblici, dalle istituzioni alle aziende, dovrebbero cogliere e promuovere nell'ottica di una costruzione consapevole di una vera e propria cultura digitale.



lunedì 17 novembre 2014

"Facebook at work": i possibili impatti sull'identità digitale

Di solito quando pensiamo a Facebook in relazione al mondo del lavoro, l'associazione è negativa.
Ci vengono subito in mente i casi di persone che hanno perso il posto per colpa di quello che avevano postato sul social network, oppure delle aziende che ne bloccano l'utilizzo in ufficio per questioni di sicurezza o perché temono un calo della produttività.

A quanto pare Facebook avrebbe deciso di scardinare questa idea, creando una versione professionale della sua piattaforma.
Secondo quanto riportato dal Financial Times , il team di Zuckerberg starebbe lavorando in gran segreto al progetto "Facebook at work", una nuova versione del social a scopo esclusivamente professionale, per consentire ai colleghi di scambiare messaggi, condividere documenti e lavorare in condivisione sulla stessa piattaforma.

Il servizio potrà essere utilizzato da chi già possiede un profilo sul classico Facebook, ma le due identità potranno essere tenute separate, per poter continuare a condividere a livello privato contenuti personali che non saranno visibili nel profilo professionale.

Con questa mossa Facebook, oltre a provare a dar fastidio a Linkedin, ma anche a Microsoft e Google, punta senz'altro ad incrementare ulteriormente l'utilizzo quotidiano del mezzo, aumentando anche gli introiti pubblicitari che lo hanno fatto crescere finora.

Dal lato degli utenti potrebbero però verificarsi dei rischi, per quanto riguarda la gestione della propria (doppia?) identità.

Da un lato tenere separati i due profili risulterebbe comodo e tutto sommato coerente, ma dall'altro questo potrebbe incrementare la tendenza già esistente ad un utilizzo incauto del canale privato, rischiando di portare le persone a pensare che, dal momento che i due profili sono separati, si possa condividere senza remore qualsiasi tipo di contenuto nel profilo personale.

Ciò che deve essere invece ben chiaro, è che ogni canale associato al proprio nome, può influire sulla sfera lavorativa, anche se noi ne facciamo un uso esclusivamente privato.

Se possono essere separati i canali, l'identità digitale resta invece sempre una: un complesso mosaico di contenuti diversi, ma sempre in relazione tra loro e ognuno con uno specifico impatto sull'immagine complessiva della persona.

Se Facebook metterà realmente in atto questo progetto, sarà molto interessante valutare la reazione degli utenti in questo senso: come cambierà il rapporto con il social e soprattutto la gestione della propria identità on line?







mercoledì 29 ottobre 2014

Il Data scientist: chi studia i Big Data è il professionista del futuro

Si chiama "Data Science" ed è la disciplina che studia come estrarre conoscenza in modo strutturato dai dati. Se applicata ai big data, ovvero a una raccolta complessa di migliaia di informazioni eterogenee, diventa la professione del futuro all'interno delle aziende: il "Data scientist", lo scienziato dei dati.

Cosa fa e chi è esattamente un Data scientist?

Analizza i dati e li trasforma in informazioni comprensibili per il management dell'azienda, utili a prendere decisioni e a disegnare strategie.

La sua formazione base è di tipo scientifico, deve avere ottime conoscenze informatiche e statistiche, ma il suo ruolo all'interno dell'azienda è trasversale, interagisce con tutte le diverse aree dal management, al marketing fino alla produzione e alle risorse umane.
Il Data scientist è uno scienziato che sa comunicare: è in grado di acquisire, gestire, elaborare i dati, selezionare quelli rilevanti e comunicarli a tutti attraverso diverse forme di rappresentazione per fornire una sintesi comprensibile ed efficace.

La necessità del data scientist all'interno di un'azienda è motivata da esigenze di produttività e innovazione.
Utilizzare nel modo più efficace e redditizio tutti i dati a disposizione permette all'azienda di essere più competitiva, perché in grado di sfruttare nuova conoscenza acquisita, ad esempio sul proprio target, per costruire delle strategie che procurino dei ritorni economici.
Ad esempio estrapolare da tutte le anagrafiche dei propri clienti quelli che sono i gusti e i generi preferiti, consente di personalizzare al massimo la comunicazione e i messaggi di marketing in modo da colpire con precisione il proprio target.

Ma qual è oggi la più grande sorgente di big data? Internet.
La rete contiene milioni e milioni di dati relativi a persone, prodotti, aziende, servizi, cultura.
Esistono oggi diversi sistemi automatici per acquisire enormi volumi di dati da Internet, pensiamo ad esempio alle API (application programming interface) di Facebook e Twitter messe a disposizione di tutti i programmatori che le volessero utilizzare per un loro programma o piattaforma, come ad esempio lo sviluppo di un' app da utilizzare all'interno del social. E pensiamo a tutte le informazioni acquisite sugli utenti che usano quelle applicazioni (compatibilmente alla tutela della privacy) rispetto a genere, età, relazioni, gusti, abitudini e frequenza di utilizzo. Si tratta di una preziosa sorgente di conoscenza utile per mettere a punto nuove strategie di vendita.

Servono quindi delle figure specializzate nelle aziende che sappiano come sfruttare al meglio queste opportunità messe in campo dall'acquisizione dei big data.

La digitalizzazione delle procedure e delle strategie è un processo al quale le aziende non possono più sottrarsi, e quindi parlando di gestione di big data all'interno di un'azienda la prima esigenza è l'integrazione tra il mondo on line e il mondo off line.
Ovvero un sistema che metta in relazione in modo intelligente, strutturato e pratico dati eterogenei provenienti da fonti differenti e che normalmente non sono in relazione diretta. Pensiamo ad esempio all'andamento della rassegna stampa in relazione al trend delle vendite.
Il Data scientist sarà colui che è in grado di coordinare questo complesso meccanismo, e di interpretare i suoi messaggi per la crescita dell'azienda.

martedì 14 ottobre 2014

Social Tv e Social Adv: il dibattito alla Social Media Week Roma 2014

Quest'anno alla  Social Media Week di Roma uno degli incontri più seguiti è stato "Social Adv: Tv, Social Network e Social Adv: quale presente, quale futuro"  moderato da Andrea Barchiesi, CEO di Reputation Manager, con gli interventi di Stefano Ventura (Responsabile Social Media, Mediaset), David E.Ghirardello (Digital Media Manager, Rai 5) e Maurizio Boneschi (Sales Director, ADTZ).

L'incontro è stata l'occasione per fare il punto sullo stato dell'arte in Italia in tema di Social Tv e Social Adv. Da un lato l’enorme volume di conversazioni sviluppate sui social network dai programmi TV, dall’altro i brand e i prodotti sempre più in cerca di linguaggi nuovi per relazionarsi in modo più diretto con il pubblico, stanno portando ad una evoluzione dell’idea stessa di social adv e a nuove forme di collaborazione tra TV e brand.

Di seguito proponiamo uno storify del live tweeting dell'evento per ripercorrere i principali elementi del dibattito, le questioni in campo, visioni e strategie degli esperti del settore:

martedì 16 settembre 2014

Facebook si oppone al diritto all'oblio

La partita del diritto all'oblio non riguarda solo Google. La sentenza della Corte Europea dello scorso maggio ha colpito direttamente e per la prima volta i motori di ricerca sul tema della tutela dell'identità personale on line. Ma i motori di ricerca non sono gli unici attori in gioco, sebbene tutto il dibattito di questi mesi sembra essere andato nella direzione contraria.
Dopo la reazione di Google, si attendeva la mossa di un altro gigante del web: Facebook.
E' in atto infatti una vertenza tra il più grande
social network del mondo e il Garante della privacy tedesco, rispetto all'opportunità di estendere il diritto all'oblio degli utenti anche ai contenuti che li riguardano presenti sul social network.

Facebook si oppone all'UE, sostenendo di dover rispondere esclusivamente alla normativa della sua sede europea, l'Irlanda, che non prevede il diritto a richiedere la rimozione dei contenuti.
La sentenza della Corte Europea sul diritto all'oblio, avendo condannato Google Spain a rimuovere i contenuti lesivi relativi ad un cittadino spagnolo, è andata proprio nella direzione della territorialità, per cui è l'ente nazionale di riferimento a doversi adeguare al principio espresso. A dimostrazione di questo anche il fatto che Google abbia operato le prime rimozioni solo nelle versione del motore di ricerca del Paese in cui veniva fatta richiesta di rimozione (di volta in volta quindi google.it, google.us, google.es ecc) e non nelle altre versioni, né tanto meno in quella americana.
Proprio questa responsabilità "territoriale" metterebbe per il momento a riparo Facebook dall'obbligo di adeguarsi al principio +espresso nella sentenza europea, facendo appunto appello al garante della privacy irlandese, che ha una normativa diversa.

L'intento dell'Europa è naturalmente quello di andare verso una regolamentazione unica per i vari stati membri, proprio per evitare che si producano questi escamotage, direzione che si intende perseguire anche per altre problematiche aperte tra l'UE e i colossi digitali come la pressione fiscale, che in alcuni Paesi risulta molto agevolata rispetto agli utili esorbitanti.

La posizione assunta da Facebook è un segnale anche per Google e gli altri motori di ricerca: il social network non intende scendere a patti sulla questione dell'oblio, perché molto probabilmente spera di conquistare delle porzioni di mercato che i motori di ricerca, adeguandosi alla sentenza, saranno costretti ad abbandonare. La partita dunque è più che aperta.







lunedì 1 settembre 2014

Identità Digitali rubate: Camilleri denuncia il suo falso account su Facebook

Anche Andrea Camilleri, che i personaggi li inventa per mestiere, si è stufato dei suoi falsi sé su Facebook. Lo scrittore ha denunciato alla Polizia Postale l' autore dell' account che parlava a suo nome sul social network:

"Non ho un profilo, non ho un sito e non sono in internet - ha detto lo scrittore all'Ansa - Qualcuno, non so chi, ha un account a mio nome da almeno otto mesi.E' un fenomeno curioso, singolare - ha commentato lo scrittore - non sai come difenderti, poi capita di dire alle persone che quel profilo non è il mio, ma non ti credono"

Il finto "Andrea Camilleri" postava su Facebook frasi che lo scrittore non avrebbe mai pronunciato, procurandogli un evidente danno reputazionale e creando situazioni di forte imbarazzo allo scrittore:


Non è il primo caso in Italia in cui si viola l'identità digitale di personaggi noti, era infatti già successo al giornalista Michele Serra, a Fabio Fazio e Claudio Magris.

Il numero di account falsi è di solito direttamente proporzionale alla popolarità e all'importanza del personaggio.
Forse è per questo che Papa Francesco ha centinaia di pagine Facebook e account Twitter dedicati a lui, alcuni palesemente ironici mentre altri addirittura dichiarano di essere l'account ufficiale del pontefice (il Papa ha un account ufficiale solo su Twitter).



E' così che, al di là della parodia, si producono situazioni seriamente compromettenti dal punto di vista etico: questi profili sono invasi dai messaggi di persone che credono ingenuamente si tratti del vero Papa e gli chiedono aiuto e conforto, raccontandogli situazioni personali tragiche e lasciando a volte anche i propri contatti, sperando che il pontefice telefoni anche a loro.

Come abbiamo visto più volte è molto difficile bloccare subito queste situazioni, i tempi della giustizia possono essere davvero molto lunghi e come spiega Camilleri dopo la denuncia "Dicono che bisogna ottenere la liberatoria dagli Stati Uniti per agire".

Il problema delle identità digitali rubate è l'altra faccia del diritto all'oblio, ma portano entrambi alla stessa conseguenza: un'identità falsa è dannosa come un'identità cancellata e nulla. I personaggi pubblici non possono più semplicemente sottrarsi alla Rete, ma piuttosto imparare a costruire una presenza ufficiale controllata e gestita direttamente da loro o dal proprio staff.



venerdì 8 agosto 2014

Wikipedia contro il diritto all'oblio: "È immorale"

Anche Wikipedia si esprime sulla decisione della Corte Europea di legittimare il diritto all'oblio, dopo essere stata toccata dalla questione in seguito all'"oscuramento" di alcune voci dal motore di ricerca di Mountain View. Il commento della Wikipedia Foundation, la fondazione senza scopi di lucro che gestisce il sito dell'enciclopedia online, ha dichiarato che si tratta di un attacco frontale alla libertà di informazione.

Il diritto all'oblio è stato approvato lo scorso maggio in tutela della privacy online degli utenti di internet, legittimati a richiedere la cancellazione di link lesivi o irrilevanti associati al loro nome, previa valutazione del caso da parte del team di Google a seguito della richiesta.

giovedì 7 agosto 2014

Canvas fingerprinting: la nuova tecnologia per tracciare le abitudini degli utenti

Il tracciamento degli utenti che navigano su internet è un tema sul quale l'attenzione si mantiene alta, soprattutto dopo che la faccenda del Datagate ha svelato i lati oscuri della navigazione online e i seri pericoli per la privacy dei cittadini.

L'allarme si è esteso ai motori di ricerca, ai social network e ai siti che collezionano dati sugli utenti a scopi commerciali e di marketing attraverso i cookie. Il polverone sollevato dal Datagate e dalla preoccupazione sempre più forte dei cittadini di essere spiati, ha fatto sì che venissero allo scoperto misure per contrastare l'arbitraria iniziativa delle società di internet di collezionare le informazioni online.

lunedì 4 agosto 2014

Malaysia Airlines: dalla crisi reputazionale al rebranding

La reputazione è uno degli asset più importanti nell'ambito dell'aviazione civile, che deve assicurare prima di tutto la sicurezza dei viaggiatori in volo. La messa in dubbio dei requisiti di sicurezza per una compagnia aerea può influenzare in modo molto negativo il suo valore e il suo profitto, al punto da costringerla ad un'operazione di rebranding. La Malaysia Airlines è stata protagonista negli ultimi mesi di due incidenti che hanno causato la morte di 537 passeggeri in totale, e che hanno sconvolto l'opinione pubblica internazionale. Si tratta di un numero veramente elevato che ha fatto schizzare la compagnia in cima alle classifiche annuali per numero di incidenti, con significative perdite per quanto riguarda il valore aziendale.

martedì 29 luglio 2014

Twesume, il cv 2.0 per attirare gli headhunters in 140 caratteri



Una tendenza in voga già da qualche anno negli Stati Uniti è l'utilizzo di Twitter a scopi lavorativi o per cercare lavoro. Come è noto, ci sono già social network direttamente specializzati in questo, ad esempio Linkedin, che permette di far parte di cerchie lavorative nel proprio settore professionale ed entrare così in contatto con professionisti e risorse umane. Twesume è un'invenzione di un consulente di comunicazione statunitense, Skaare Richard, ed rappresenta la fusione tra le parole Twitter e "resume" (curriculum vitae in inglese), nonché la nuova strategia di chi vuole sfruttare il web per cercare lavoro.
Il concetto alla base di Twitter non è altro che diffondere notizie, pensieri e opinioni su qualunque cosa, anche tramite il retweet, che permette di condividere con i propri follower questi contenuti. Si tratta del passaparola telematico, che si rivela molto utile quando si vuole mettere in mostra il proprio profilo, o meglio la propria immagine digitale. Al di là della capacità di diffondersi ed avere quanta più visibilità possibile, è importante che la propria immagine sia positiva e generi appeal tra i follower attuali e potenziali.


La vera sfida è quella di formulare un twesume accattivante in 140 caratteri, ovvero rispettando la sintesi imposta da Twitter per qualsiasi altro contenuto. Non importa, dunque, quanto sia lunga e complessa la nostra esperienza o la nostra preparazione accademica, la vera abilità sarà quella di presentarsi in maniera chiara ed efficace, generando nei follower l'interesse ad approfondire in altra sede. Meglio privilegiare le esperienze più recenti e significative ed utilizzare degli hashtag per le lingue conosciute o il settore di interesse.
Un esempio di come impostare il nostro twesume ce lo fornisce Babbo Natale o chi lo ha realizzato per lui: "Globe-trotter ed esperto di giocattoli, + di 300 anni di esperienza. In cerca di una posizione nell'industria dell'intrattenimento. #twesume". Non bisogna infatti dimenticare l'hashtag #twesume che rende riconoscibile e rintracciabile il nostro "lancio" professionale, da unire ad altri strumenti come il retweet sul proprio profilo o su quello delle imprese di nostro interesse.

Per la strategia di autopromozione 2.0 su Twitter, non bisogna sottovalutare la piccola biografia che introduce il nostro account, che risulta essere bene in vista nei motori di ricerca, dal momento che Twitter possiede un buon livello di indicizzazione. È bene dunque sfruttare questo vantaggio e partire da Twitter per la costruzione di una buona identità digitale, utile per gli headhunters in cerca di talenti. Completezza, sintesi, hashtag e link al proprio profilo Linkedin: la fusione di questi elementi aiuta a costruire un'ottima reputazione con la quale le possibilità di essere notati sul web aumentano notevolmente, così come le opportunità di lavoro. Non resta che twittare il proprio #twesume ed il gioco è fatto!

sabato 26 luglio 2014

Richieste di rimozione da Google in aumento: 91 mila utenti rivendicano il diritto all'oblio, ma in assenza di linee guida

Google sta iniziando a rispondere alla moltitudine di richieste di rimozione di link, in virtù di quel diritto all'oblio recentemente legittimato dalla sentenza pronunciata lo scorso maggio dalla Corte Europea. Secondo indiscrezioni provenienti dal Wall Street Journal, il colosso di Mountan View ha già processato richieste di "oblio" per un totale di più di 100 mila link dai motori di ricerca europei.

Si tratterebbe di più del 50% delle richieste ineccomiviate dagli utenti, che ad oggi ammontano a 91 mila (per un totale di 328 mila url). La distribuzione vede la Francia al primo posto per numero di richieste (17.500), seguita dalla Germania (16.500), dal Regno Unito (12.000) e dalla Spagna (8.000), mentre l'Italia si attesta sulle 5.500 richieste.
Va specificato che la rimozione non è immediata, nè scontata: una volta ricevuta la richiesta, Goolge invia una notifica alla testata o al sito che riporta il contenuto da rimuovere, aprendo la procedura di cancellazione.
E' proprio in questo passaggio che si sono manifestati i primi evidenti problemi: diverse testate come Bbc e The Guardian, nelle scorse settimane, hanno protestato contro la richiesta di rimozione di alcuni loro articoli riguardanti personaggi pubblici e fatti di interesse collettivo, opponendo il diritto di cronaca. E Google è stato costretto a ripubblicare gli articoli.
Le richieste accolte finora sono servite agli uffici di Mountain View, per comprendere come valutare al meglio le motivazioni degli utenti che richiedono la rimozione delle informazioni associate al loro nome.

Microsoft e altri provider di servizi di indicizazzione e consultazione dei contenuti online, stanno attentamente osservando il comportamento di Google e i risvolti del diritto all'oblio, per meglio comprendere ed interpretare la normativa. I rumors attorno a queste statistiche non ufficiali rischiano di incrementare le polemiche da parte di quanti sostengono che la sentenza sul diritto all'oblio violi la libera circolazione delle informazioni in virtù del diritto di privacy. Nelle scorse settimane infatti alcuni casi limite di rimozione dei contenuti dal web sono rimbalzate sui media scatenando una certa preoccupazione tra giornalisti e sostenitori della libertà di espressione. Si pensi a notizie e articoli riguardanti criminali o profili di rilievo pubblico, i cui reati sono stati rimossi e cancellati così dalla memoria pubblica.

Intanto, proprio nella giornata di ieri i Garanti della privacy Ue hanno preso parte al gruppo di lavoro G29 assieme ai rappresentanti dei principali motori di ricerca: Bing, Google e Yahoo, per discutere delle criticità attorno alla questione e stabilire entro l'autunno delle linee guida da seguire per la valutazione delle richieste e le modalità di intervento, anche in caso di rigetto delle richieste e mancata cancellazione dei link. 



venerdì 18 luglio 2014

Francia, foodblogger scrive recensione negativa: Giudice la condanna a modificare il titolo perchè lede reputazione del ristorante

Un recensione negativa può costare molto cara, non solo a chi la subisce ma anche a chi la fa. È successo ad una food blogger francese, Caroline Doudet, rea di aver pubblicato sul proprio blog un articolo dal titolo "Un posto da evitare" riferito ad un ristorante italiano del sud della Francia non di suo gradimento, e costretta a pagare una multa da 2.500 euro, oltre a modificare il titolo del post.

La causa, intentata all'autrice del blog sei mesi fa da parte della proprietaria del ristorante "Il Giardino", si è conclusa con la sentenza del giudice che ha ritenuto il titolo del post lesivo della reputazione del locale.

In realtà, a rendere più severa la sentenza del giudice è stato il posizionamento sui motori di ricerca. Ad alterare infatti la proprietaria del locale è stato lo scoprire che la recensione occupava la quarta posizione nei risultati di ricerca di Google e ciò, secondo l'accusa, avrebbe influenzato il giudizio degli utenti in maniera molto negativa. La sentenza di modificare il titolo del post è stata vista da alcuni come un compromesso del giudice per non ordinare la rimozione del post. Rimozione che però è avvenuta lo stesso, per decisione della stessa autrice, che ha preferito non scendere al compromesso voluto dal giudice.

giovedì 17 luglio 2014

Diritto all'oblio: online anche il modulo di Bing per richiedere la rimozione dei link

Come annunciato quache giorno fa da Microsoft, è arrivato online anche il modulo per richiedere la rimozione dei link da Bing .



Microsoft si adegua con un mese di ritardo rispetto a Google alla sentenza della Corte Europea e, come era facilmente prevedibile, il modulo messo a disposizione risulta molto più dettagliato e chiaro rispetto a quello di Google.
Sono infatti indicati in modo più chiaro i passaggi che l'utente deve seguire per inviare la richiesta e come questa deve essere formulata, anche se naturalmente c'è ancora molto spazio per i fraintendimenti da parte dell'utente che non ha la minima conoscenza del fenomeno e un altrettanto scarsa, per non dire nulla, conoscenza dei motori di ricerca.

mercoledì 16 luglio 2014

Diritto all'oblio: insieme al link, si rischia di rimuovere anche il reato da Google

I sostenitori della libertà di stampa non si arrendono di fronte al diritto all'oblio, sancito ufficialmente a maggio dopo la sentenza pronunciata dalla Corte Europea contro Google a favore di un cittadino spagnolo che ha richiesto la rimozione di contenuti lesivi ed obsoleti dal motore di ricerca.

Il primo risultato della battaglia contro il "bavaglio al web" è il sito Hiddenfromgoogle.com, creato da un programmatore statunitense, Afaq Tariq, che ha raccolto alcuni dei link rimossi da Google, facendo emergere casi paradossali in cui la tutela del diritto al'oblio va a ledere la libertà di informazione.

Nel sito sono elencati alcuni articoli soggetti alla rimozione, tra cui quello della Bbc riguardante un pedofilo portoghese, Carlos Silvino, condannato a 18 anni di carcere per aver commesso reati su minori. Digitando il nome del criminale nelle versioni europee del motore di ricerca, lo scandalo che lo riguarda viene omesso in virtù del suo diritto ad "essere dimenticato". Il dubbio che sorge riguarda infatti la legittimità che la notizia venga occultata, evitando a possibili future vittime di conoscere la verità sul criminale.

lunedì 14 luglio 2014

Bing si adegua al diritto all'oblio, a breve un modulo online per le richieste degli utenti

Come era prevedibile, la sentenza della Corte Europea sulla tutela del diritto all'oblio, finisce per colpire anche altri provider di consultazione e indicizzazione dei contenuti, nonstante la causa fosse stata intentata contro Google. Anche Microsoft, dunque, aderirà alla legge sul diritto all'oblio, istituendo un proprio form per permettere agli utenti di segnalare i contenuti da rimuovere dal motore di ricerca, perché ritenuti inappropriati e lesivi della privacy e della reputazione.

Microsoft, che opera attraverso il motore di ricerca Bing, negli scorsi giorni ha dichiarato: "Ci vorrà un po' di tempo per implementare un servizio appropriato, ma ci aspettiamo di lanciare in breve tempo un modulo che permetta agli utenti di inoltrate le richieste online".

È ormai trascorso più di un mese dal rilascio del modulo online di Google, mentre Microsoft aderisce al nuovo ordinamento con un po' di ritardo, anche a causa del coordinamento con Yahoo, che pure si appoggia a Bing per la fornitura dei propri servizi di consultazione e indicizzazione dei contenuti online.
Secondo gli esperti, è probabile che il modulo di Microsoft sarà molto simile a quello messo a punto dagli esperti di Mountain View, sebbene i volumi delle richieste avranno proporzioni diverse.


venerdì 11 luglio 2014

Google lancia il dibattito sul diritto all'oblio: una commissione ad hoc valuterà i pro e i contro del questione

All'indomani delle recenti notizie di rimozione di articoli controversi dal motore di ricerca Google, conseguenza della legittimazione del diritto all'oblio decretata dalla Corte Europea lo scorso maggio, il colosso di Montain View non demorde, e rilancia il dibattito sulla questione, tutt'altro che conclusa con il verdetto della Corte.

Google ha annunciato il rilascio di un nuovo sito dove sono descritti i nomi e le biografie dei membri del comitato che studierà i pro e i contro del diritto a "scomparire dal web". Non solo, è già presente online un modulo destinato alla raccolta delle opinioni degli utenti sulla questione, un vero e proprio forum sul tema, per comprendere meglio un ambito che si è rilevato molto controverso per le difficoltà di definire i limiti tra il rispetto per la privacy e la libertà di informazione. Nell'arco di due mesi dall'emanazione della sentenza, Google ha ricevuto più di 70.000 richieste di rimozione per un totale di 250.000 pagine web. Ad inoltrare le richieste ci sono anche criminali che hanno commesso reati gravi, pedofili, medici che hanno ricevuto feedback negativi da parte dei pazienti, solo per citare alcuni casi. Alcuni articoli sono stati rimossi, ma trattandosi di argomenti di interesse pubblico, sono stati presto ripristinati sul motore di ricerca, a conferma che la definizione di ciò che è lecito rimuovere è molto articolata e prevede la valutazione di più fattori.

mercoledì 9 luglio 2014

E-commerce in Italia: gli e-shopper italiani sono giovani e acquistano tramite smartphone e tablet

Conoscere e monitorare i trend relativi all'e-commerce in Italia e nel mondo si rivela sempre più strategico per le aziende e i negozi, sia quelli già attivi nel commercio online, sia quelli che sono ancora legati a metodi di vendita tradizionali attraverso postazioni fisiche.

La crescita dello shopping online non è una probabilità ma una realtà di fatto, perché questo settore mostra un legame indissolubile con internet e la tecnologia. Maggiore sarà la penentrazione del web tra la popolazione, maggiore sarà di conseguenza la diffusione delle modalità di acquisto virtuali. Infatti secondo i recenti dati Audiweb, sono circa 25,1 milioni gli italiani connessi soprattutto tramite dispositivi mobili, su cui 17,2 milioni di utenti trascorrono 38 ore e 21 minuti al mese svolgendo svariate attività, tra cui lo shopping.

Tuttavia, l'Italia è ancora indietro su questo fronte rispetto agli altri paesi europei: a trainare lo sviluppo dell'e-commerce in Europa sono soprattutto la Gran Bretagna, la Germania e la Francia, che coprono il 70-80% dell'e-commerce europeo. Secondo il report annuale elaborato da Casaleggio Associati e pubblicato lo scorso aprile, i mercati dell'Europa dell'Est e in particolar modo la Russia stanno assistendo ad un aumento dei consumatori online, segnale che cresce la penetrazione di internet nel Paese, mentre i mercati maturi assistono ad una diversificazione del consumo, con maggiore propensione degli acquirenti a comprare su store e shopping mall virtuali. In totale è prevista una spesa di 24 miliardi di euro per quanto riguarda il mobile commerce. 

martedì 8 luglio 2014

Rischio reputazionale: un asset fondamentale della strategia d'impresa

Un aspetto che tende ancora ad essere sottovalutato dalle aziende, sia di medie che di piccole dimensioni, è la valutazione del rischio reputazionale. Il rapporto di Deloitte "Exploring Strategic Risk" del 2013 dimostra che negli ultimi anni è aumentato l'interesse nei confronti di questo aspetto, che per alcuni è diventato un asset fondamentale del proprio business.
Secondo il rapporto, il tema della reputazione negli ultimi anni è vissuto dalla maggior parte delle aziende come massima area di rischio per impatto strategico. Dal 2010 ad oggi, in particolare, il fattore reputazione ha scalato il "podio" dei fattori di rischio più temuti, guadagnando il primo posto, seguito da "business model" e "economic trends". Al giorno d'oggi, la corporate reputation è soggetta a trend reputazionali determinanti da eventi esterni ed interni; si pensi a chi cerca informazioni online su un brand o una compagnia, come clienti, competitor, addetti stampa, etc. Il valore di una buona reputazione aziendale è ampiamente dimostrato da vari studi nei suoi riscontri positivi sulla fiducia non solo dei consumatori, ma anche degli stakeholders, sulla qualità dei prodotti e della struttura globale dell'impresa.

lunedì 7 luglio 2014

6 mila italiani chiedono a Google la rimozione di contenuti lesivi dal web. Francia prima per numero di richieste

Poco più di un mese è trascorso da quando Google ha predisposto il servizio di richiesta di rimozione dei link lesivi della reputazione personale dai risultati di ricerca. L'opzione messa a punto deriva infatti proprio dalla sentenza della Corte Europea che a maggio ha accolto la richiesta da parte di un cittadino spagnolo per la rimozione di alcuni contenuti relativi a una condanna per debiti ricevuta in passato. La Corte Europea ha infatti così determinato le condizioni per fare valere il diritto di "essere dimenticati sul web".
Ad oggi sono state circa 70 mila in totale le richieste giunte da tutta Europa al provider di consultazione e indicizzazione dei contenuti su internet più famoso e diffuso al mondo, e riguardano la rimozione di circa 267.550 link. Francia e Germania sono i paesi che hanno più a cuore la tutela della propria reputazione online con il numero più alto di richieste, seguiti da Regno Unito, Spagna e infine Italia da cui sono pervenute nell'arco dell'ultimo mese circa 5.934 richieste per 23.321 link da rimuovere. Per fronteggiare la grande mole di lavoro derivante dall'analisi e valutazione di ogn singolo link inviato, Google ha dovuto rimpolpare il team di legali e professionisti in grado di determinare se la richiesta è conforme alla legge. Il dubbio sollevato da molti riguarda infatti le richieste di rimozione di contenuti relativi a crimini, reati gravi e argomenti di interesse pubblico (come frodi ai danni della società, casi di cattiva sanità, etc.). Sebbene la stessa sentenza al punto 99 precisi quali siano i casi esenti alla richiesta di rimozione, quello del diritto all'oblio è un campo di valutazione molto complesso, dove il rischio di tutelare la privacy personale a scapito della libera informazione è spesso all'ordine del giorno, come dimostra la natura di alcune delle richieste accettate.

giovedì 3 luglio 2014

Diritto all'oblio: casi limite tra tutela della privacy e libertà di informazione

La sentenza della Corte Europea che lo scorso maggio ha dichiarato leggittimo il diritto all'oblio sul web, costringendo Google ad assecondare la richiesta di rimozione dei contenuti non graditi da parte di un utente, continua a lasciare strascichi e a destare clamore tra chi si oppone al bavaglio di internet.

Nonostante il verdetto, la questione rimane ancora aperta. Sembra infatti che la sentenza più che risolvere il problema abbia portato alla luce situazioni parossistiche e ai limiti tra il rispetto per la privacy e la libertà di espressione. Google nelle ultime settimane ha ricevuto migliaia di richieste di rimozione dei contenuti, inoltrate tramite l'apposito modulo predisposto online dal colosso statunitense. Tra le richieste di rimozione è stata accolta quella relativa ad un articolo pubblicato dal giornalista della Bbc, Robert Peston, che puntava il dito contro un "lupo" di Wall Street.

L'articolo era stato pubblicato nel 2007 nel pieno della bufera della crisi finanziaria sul blog del giornalista all'interno della testata britannica online, ma i toni critici erano rivolti più che altro verso l'apparato della nota banca di investimenti Merryl Lynch, che aveva portato alle dimissioni il banchiere in questione, allora amministratore delegato, Stanley O'Neal.

 
Ignota l'identità di chi ha inoltrato la richiesta, ma non si è fatta attendere la reazione del giornalista della Bbc che ha dichiarato l'azione di Google contraria al diritto di libertà di stampa. In realtà oltre a ledere il principio della libera circolazione delle notizie, la rimozione dell'articolo si è rivelata inefficace in quanto nel giro di poche ore ed in risposta a Google, il blog di Peston è stato condiviso centinaia di volte su Twitter e rimbalzato sui maggiori social network seguito da commenti di sostegno per il giornalista.

Questo caso pone un ragionevole dubbio su quali siano i limiti della sentenza della Corte Europea in difesa del diritto all'oblio, diritto legittimo per la tutela della privacy, ma circoscritto a determinati casi specifici che necessitano di opportuna ed attenta valutazione. Se la rimozione dei contenuti online compromette la diffusione di notizie di pubblico interesse, come quelle relative a frodi finanziarie, condanne per reati gravi, pedofilia pedofili, o casi di cattiva sanità, etc, allora si comprende bene quale sia la portata della sentenza di maggio contro Google.

Il motore di ricerca più grande del mondo non ha voluto fornire nessuna dichiarazione riguardo la cancellazione dell'articolo sul banchiere, il che fa destare sospetti che Google con questa azione abbia voluto lanciare un segnale polemico proprio nei confronti della decisione della Corte Europea. Non si tratta probabilmente dell'ultimo caso "limite" relativo all'applicazione del diritto all'oblio, al contrario si prevede l'aumento di notizie di questo genere, che forniranno ulteriori spunti per dibattiti e riflessioni sulla questione. 

mercoledì 2 luglio 2014

Dati Audiweb: più di 25 milioni gli italiani connessi al mese, cresce il mobile

Sempre più forte è il connubio tra internet e vita quotidiana, molte delle attività che prima si svolgevano "offline" si sono spostate sulle piattaforme online, dalla comunicazione verbale allo shopping, all'intrattenimento in genere. A favorire la transizione verso l'online è stata l'introduzione dei dispositivi mobili sul mercato, che hanno permesso all'utente di navigare anche lontano dalla postazione fissa.

A conferma di questa ascesa del mobile arrivano i dati di Audiweb sulla Total Digital Audience presentati il 1° luglio 2014 durante il convegno "Iab Seminar Mobile Marketing & Advertising". I dati rivelano le quote di penetrazione di internet presso la popolazione italiana per il primo trimestre del 2014 sia su dispositivi fissi che mobili (smartphone e tablet).

Il dato che sorprende riguarda la quota di utenti che navigano attraverso piattaforme mobili, e la media del tempo di navigazione degli utenti. Si tratta di 17,2 milioni di italiani che si connettono a internet dai propri cellulari o tablet nell'arco di un mese, che diventano 14,5 milioni se consideriamo invece la media giornaliera.

Audiweb ha esteso l'analisi anche ai pc, utilizzati per accedere ad internet da 12,5 milioni di utenti al giorno e 24 milioni di utenti al mese. Il totale dei netizen italiani sia su piattaforme fisse che mobili arriva a 25,1 milioni al mese e 19,8 milioni al giorno, per una media di 46 ore e 15 minuti al mese di navigazione, e una media giornaliera di 1 ora e 53 minuti.


Di certo la disponibilità di navigare "in movimento" consente agli utenti di impiegare maggior tempo su internet attraverso device mobili (38 ore e 21 minuti al mese e 1 ora e mezza al giorno) mentre il tempo impiegato diminuisce per quanto riguarda i fissi. D'altronde sono 7,4 milioni gli italiani che navigano solo da cellulare o smartphone contro i 5,3 milioni che prediligono le postazioni fisse. Un totale di 7,2 milioni accede da entrambe le piattaforme.

Le fasce d'età degli italiani che preferiscono il mobile browsing comprendono i giovani tra i 18 e i 34 anni (52%), a cui fanno seguito gli italiani tra 35-54 anni (42%). Il rapporto di Audiweb riporta anche dettagliate informazioni sui picchi di consumo di internet durante la giornata: i livelli di utilizzo maggiori si concentrano nelle ore pomeridiane, tra le 15 e le 18 e coinvolgono prevalentemente le postazioni fisse, mentre la navigazione mobile si mantiene alquanto stabile nel corso della giornata.

Per quanto riguarda le attività svolte su internet, la gran parte del tempo sui dispositivi mobili viene trascorso sui social network (59%), per consultare siti e cercare informazioni sul mondo dei cellulari (73%) e per attività di intrattenimento (71%), mentre l'utilizzo del pc è preferito per consultare le notizie (79%) e la posta elettronica (86%).

La predilezione per il mobile non è una caratteristica dell'uso di internet esclusivamente italiana. Data la facilità di accesso e l'offerta sul mercato a fasce di prezzo medio-basse, gli smartphone e i tablet si configurano quale mezzo più usato per la navigazione su internet anche in molti altri paesi. Se prendiamo ad esempio la Cina, contesto con caratteristiche numeriche molto diverse da quello italiano, gli utenti "connessi" raggiungono i 618 milioni, 53,58 milioni in più rispetto all'anno precedente, di cui ben 500 milioni accedono ad internet tramite device mobili. Il cellulare rappresenta dunque la forza trainante della crescita di internet in Cina. Nonostante le diversità numeriche e culturali dell'utilizzo di internet, questi dati si rivelano strategici per chi opera nel settore digitale e non solo. La platea dei consumatori è sempre più in movimento e l'offerta di servizi online deve essere sempre più orientata a soddisfare proprio questa modalità di navigazione. 



mercoledì 25 giugno 2014

Diritto all'oblio: siti e motori di ricerca responsabili della rimozione dei contenuti

E' molto attivo negli ultimi mesi il dibattito sul diritto all'oblio e i limiti alla libertà di informazione, scaturito dalla recente sentenza della Corte di Giustizia Europea contro Google, che a seguito della sanzione ha stabilito la possibilità per gli utenti di segnalare al colosso statunitense i contenuti inappropriati o obsoleti chiedendone l'eliminazione attraverso un modulo di richiesta online.

La questione è complessa perché concerne i labili confini tra la libertà di informazione e la difesa della privacy, diritto sempre più reclamato dagli utenti di fronte a situazioni di condivisione delle informazioni a macchia d'olio sul web e bombardamenti di messaggi pubblicitari su vari canali e piattaforme internet.


Uno dei cavilli più discussi ruota attorno alla questione sulle responsabilità delle parti coinvolte in caso di presenza e segnalazione di contenuti lesivi degli utenti. Difatti a seguito della recente sentenza della Corte Europea del 13 maggio 2014, non solo i siti internet, ma anche i motori di ricerca che offrono servizi di reindicizzazione e consultazione dei contenuti, sono chiamati ad intervenire rimuovendo le lesività segnalate. In caso di mancata rimozione dei contenuti, l'utente ha diritto di chiedere l'intervento del giudice che predisporrà l'ordine al fine di frenare l'ulteriore diffusione dei dati privati. La persona che ha subito il reato di diffamazione potrà essere tutelata anche in caso di morte, grazie al trasferimento dei diritti di tutela agli eredi o al convivente. E' questo l'emendamento al disegno di legge sulla diffamazione presentato dal senatore di Forza Italia, Giacomo Caliendo, e approvato oggi al Senato quasi all'unanimità, vedendo astenuti solo i senatori del M5S.

Il diritto all'oblio è uno dei temi più sensibili dell'era di internet e dei social network, che va a coinvolgere molti aspetti dell'esistenza digitale di un utente, non solo in caso di diffamazione on line. Si pensi ad esempio alle attività di raccolta dei dati personali effettuate dai provider di internet, che collezionano informazioni sulle nostre preferenze, attività e desideri, al fine di intercettare la nostra domanda di consumo.

Recente è anche l'iniziativa di Facebook di tracciare le attività degli utenti anche al di fuori dell'ambiente social interno, quindi anche su altri siti, uniformando la propria strategia a quella dei provider di servizi pubblicitari. L'annuncio da parte del colosso di Mark Zuckerberg non ha tardato a destare preoccupazione tra gli utenti, a cui è concessa comunque la possibilità di dare il consenso alla raccolta dei dati a Facebook. Disattivando i "cookies", infatti, sarà possibile impedire a Facebook di tracciare le proprie attività.

Facebook e altri provider stanno cercando di sensibilizzare l'utente da sempre refrattario a condividere online le proprie informazioni personali nel timore di violazioni della privacy, sulla opportunità di customizzare gli annunci da visualizzare, al fine di migliorare l'esperienza stessa dell'advertising digitale. In tal modo la domanda dell'utente potrebbe essere soddisfatta meglio da offerte commerciali mirate e in linea con i gusti e le aspirazioni del consumatore.

venerdì 30 maggio 2014

Cyber 007: false identità digitali minano la sicurezza nazionale degli USA

L'intelligence moderna ha scelto ormai da anni una nuova piattaforma operativa, quella di internet, dove è ancora più facile camuffare la propria identità e agire in incognito. Le competenze informatiche avanzate sono una nuova caratteristica degli 007, che intessono rapporti interpersonali a fini spionistici sempre più spesso tramite l'utilizzo dei canali web e dei social network.

Al centro della strategia attuata dalle spie iraniane verso alcuni personaggi influenti della politica e dell'esercito americano ci sono proprio Facebook, Google, LinkedIn e Twitter, utilizzati all'interno di un'operazione denomitata "social engineering", lanciata nel 2011 dall'intelligence persiana.


Si tratta di spie segrete che si fingevano giornalisti professionisti dietro profili fake sui social. I presunti giornalisti, attraverso un'abile operazione di public relation online e un sito di informazione creato ad hoc per diffondere notizie e acquisire credibilità negli ambienti diplomatici, sono riusciti ad entrare in contatto con circa 2000 cittadini americani, tra cui ufficiali di stato, politici e funzionari, rubando dati personali, come credenziali di accesso alle email e password attraverso link che condividevano con loro sui social network.


A scovare la truffa telematica è stata la società di sicurezza cibernetica americana iSight, che ha dichiarato di non avere dettagli sulla vera identità delle vittime e sul reale legame di questa operazione di spionaggio internazionale con il governo iraniano. Una cosa è certa, gli hacker di Tehran erano indubbiamente interessati a informazioni di tipo diplomatico e militare, visti i profili professionali delle loro vittime.

L'obiettivo dell'intelligence iraniana era quello di scoprire dettagli su operazioni a supporto di Israele da parte degli Usa e per farlo le spie iraniane avevano architettato una struttura di intelligence dettagliatissima, basata sull'instaurazione di contatti personali su Twitter, Facebook e Linkedin e la circolazione di link di notizie veicolate dal sito newsonair.org, da qualche giorno non più attivo. L'astuta operazione è riuscita a sopravvivere per tre anni, sebbene non si conosca nel dettaglio la natura dei dati sensibili rubati dai cyber 007.

Questo è solo l'ultimo dei casi di intelligence 2.0 emerso recentemente, a dimostrazione che i servizi segreti si muovono sempre di più sull'online.

La sicurezza su internet è certamente uno dei temi più caldi degli ultimi anni, in quanto coinvolge l'identità digitale dei singoli cittadini, ma soprattutto espone ai rischi in particolar modo i personaggi pubblici e in casi come questo rischia di mettere a repentaglio la sicurezza pubblica di un'intera nazione. E' per questo motivo che oggi i governi devono mettere di comune accordo al tavolo dei lavori la questione relativa alla sicurezza della privacy e dell'identità online dei cittadini, attraverso strumenti legali e tecnologici e avvalendosi della specializzazione delle aziende che da anni si occupano di queste questioni, per assicurare la tutela dei cittadini e delle nazioni.









mercoledì 28 maggio 2014

Europee 2014: i 10 temi più twittati in Europa

Twitter è stato sicuramente un protagonista di queste lezioni europee. Nella settimana del voto i cittadini hanno commentato in diretta previsioni e risultati postando centinaia di migliaia di tweet. Ma quali sono i messaggi più rilanciati in rete?
Attraverso il nostro osservatorio WebPolitics abbiamo individuato i primi 10 tweet più retwittati in Europa.
Al primo posto troviamo il tweet di Renzi con 7.486 retweet subito dopo il risultato storico del PD, poi il voto alle destre, soprattutto in Francia. Il fake di Casaleggio e il Maloox di Grillo chiudono la top ten.


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mercoledì 14 maggio 2014

Quando ti rubano l'identità digitale: che fare?

Recentemente il noto giornalista Michela Serra ha pubblicato un articolo su Repubblica riguardo la presenza invadente di un avatar che pubblicava contenuti su Facebook a suo nome. L'appello di Serra, con cui ha subito ottenuto la rimozione della pagina incriminata, mette in evidenza una difficoltà emergente per i personaggi noti all'opinione pubblica e solleva un interessante dibattito sulla possibilità di "non" essere presenti sui social oggi.

In effetti, se già il rischio di essere sostituiti da un clone digitale che si impossessa della nostra identità e parla a nostro nome può colpire le persone comuni, è ben più probabile che ciò accada per i politici, i giornalisti e i personaggi dello spettacolo.

Dall'articolo di Serra "Caro falso Michele Serra, per favore lasciami libero" dello scorso 9 maggio, si evince il disagio di avere un "portavoce" non autorizzato, uno pseudo che si pronuncia con parole e pensieri che non ci appartengono e che lasciano nel lettore un'idea falsa e non aderente alla reale identità del personaggio.

Come è opportuno comportarsi quindi, al fine di evitare questi spiacevoli inconvenienti? E' possibile bypassare l'iscrizione su Facebook, Twitter o qualsiasi altro social, e al contempo essere immuni al furto di identità digitale e utilizzo improprio del nome e della fama di qualcuno? Al di là dei risvolti psicologici che solleva Serra nel suo articolo, come l'incapacità di prendersi la responsabilità di quello che si dice e si pensa a proprio nome, nella ricerca, forse, di un consenso più ampio derivante dall'utilizzo dell'identità di un personaggio generalmente apprezzato, la questione è ben più complessa dal punto di vista legale, se consideriamo che alcuni lucrano sul nome di altri.

Basti pensare ai casi di quelle fanpage dedicate a personaggi ormai defunti con la funzione di attirare like da parte dei fan che, depistati, cliccano su pagine dal contenuto molto lontano da quello del loro beniamino.

Essere presenti sui social non è certo obbligatorio, ma è altamente consigliabile costruire una buona identità digitale. La prima regola è monitorare i contenuti associati al nostro nome sul web, verificare la presenza di lesività e la coerenza con la nostra reale identità. La gestione dei vari profili social, di eventuali blog, siti relativi alla nostra professione o attività, costituisce un'altra regola importante della strategia di tutela dei nostri profili.

La scelta di iscriversi ai social network è personale, ma non si può evitare che gli altri lo facciano. Internet e i social network sono ormai parte integrante della nostra vita, con i vantaggi e i problemi che il loro uso comporta. Scegliere di non far parte della società digitale è forse la prima cosa che ci viene in mente per tutelarci, e anche un tentativo di rifiutare il cambiamento, andando indietro rispetto alla direzione che prende la società moderna, ma è altrettanto coraggioso e opportuno sapersi adeguare ai cambiamenti e dotarsi degli strumenti giusti per affrontarli. Il primo è consiglio è: monitorare.

venerdì 2 maggio 2014

Ego-surfing, cercarsi su Google:opportunità e risvolti psicologici dell'identità digitale

Si sente spesso parlare ultimamente di "ego-surfing", ovvero l'atto di inserire il proprio nome sui motori di ricerca per vedere quali risultati sono associati ad esso. Si tratta di un atteggiamento tipico dell'utente nato nell'era di internet, e diffusosi ulteriormente con l'avvento dei social network, che ha messo alla portata di tutti la conoscenza dell'identità digitale dei singoli individui.

Difficile resistere alla tentazione di scoprire come appariamo digitando il nostro nome su Google, e comune è la sensazione di rimanere delusi dalla presenza di omonimi o di risultati non afferenti alla nostra identità online. Lo sanno bene i gestori di attività commerciali, i ristoratori, le aziende che fanno a gara per apparire in cima ai risultati dei motori di ricerca, augurandosi di trovare recensioni e opinioni positive dei clienti. 

Tuttavia, la tendenza ad utilizzare i motori di ricerca per indagare sul proprio conto non riguarda solo le società o i liberi professionisti, ma i comuni individui, che stanno acquisendo ogni giorno di più la consapevolezza di quanto la propria identità digitale rappresenti il loro primo biglietto da visita, sia in contesti professionali che nelle relazioni personali.
Monitorare la propria immagine on line è dunque un'ottima abitudine, se ci aiuta a capire come migliorare la nostra identità digitale, quali aspetti risolvere e quali potenziare.

Ma è importante anche fare attenzione ai risvolti psicologici del fenomeno, l'ego-surfing può diventare una vera e propria ossessione per alcuni.

Un caso degno di nota, che fa riflettere sui risvolti psicologici di questa abitudine, è quello di Alessandro Piperno, autore di Pubblici Infortuni (Milano, Mondadori, 2013) e Inseparabili. Il fuoco amico dei ricordi (Milano, Mondadori, 2012), per citare le sue opere più recenti. Lo stesso scrittore confessa di essere stato dipendente in modo patologico dall'ego-surfing, e di essersi rivolto ad un'analista per risolvere quello che credeva essere un atteggiamento normale per un personaggio pubblico, ma che in realtà stava diventando un serio problema. 

Piperno scrive sull'inserto "La Lettura" del Corriere della Sera: «Era la primavera del 2006 quando presi atto che qualcosa dentro di me si stava squagliando. Dopo le prime settimane, in cui mi ero limitato a cercare sul web commenti positivi sul mio romanzo, l’ossessione aveva preso una nuova forma che non stento a definire dostoevskijana. Ormai i giudizi lusinghieri non mi interessavano più: ero avido di insulti, improperi, sarcasmi capziosi e gratuiti; ero in cerca di piccoli forum dedicati alla mia insulsaggine. E quando li scovavo, mi lasciavo andare a sentimenti pericolosi, in bilico tra voluttà e disperazione. Ansioso, ne parlai al mio analista. Il quale si mostrò tanto preoccupato quanto sollecito. Stilò un programma di rieducazione, che andava dal divieto di tenere acceso il modem durante il giorno, all’obbligo di fare una passeggiata ogni volta che sentivo l’esigenza di colmare, con contumelie e insulti, il mio vuoto interiore. Fu così che intrapresi un cammino di disintossicazione. Mi immaginavo in un gruppo di sostegno composto da autori esordienti affetti dalla stessa sindrome: "Buonasera, mi chiamo Alessandro Piperno, sono un ego-surfer…". E loro tutti in coro: "Buonasera, Alessandro!"».

Di certo l'ego-surfing,  inteso nelle sue manifestazioni più paradossali e ossessive, si configura come una delle conseguenze negative dell'era digitale, come il cyber-bullismo o la diffamazione online. Tuttavia, la giusta dose di curiosità e la consapevolezza di essere presenti sul web assicura la tutela della propria identità e dei contenuti visibili ad essa associati, qualora permetta di scoprire la presenza del proprio nome in contenuti impropri o mal posizionati sui motori di ricerca. 

Dunque, come per ogni cosa, meglio non esagerare, evitando che l'uso di internet degeneri nei suoi risvolti più negativi, sfociando in quanto ha scritto Andrew Keen in The Cult of the Amateur: «I blogger? Sono solo narcisisti digitali. Il web partecipativo? Milioni e milioni di scimmie esuberanti che stanno dando vita a una foresta infinita di mediocrità. Google? La versione 2.0 del Grande Fratello. Wikipedia? Un’enciclopedia fatta da ignoranti per ignoranti... Si sta imponendo una cultura del narcisismo digitale in cui si utilizza Internet per diventare noi stessi le notizie, l’informazione». Ovviamente si tratta di una provocazione portata alle estreme conseguenze. Al contrario un uso virtuoso dell'ego-surfing puo' risparmiarmi una serie di problemi, e garantirci molte opportunità di migliorare la nostra reputazione on line.

giovedì 17 aprile 2014

B2B e Social Media nel 2014: meno traffico, più contatti

Il B2B diventa sempre più social. Secondo i dati diffusi dal "Social Media Benchmarking Report" prodotto da B2B Marketing in collaborazione con Circle Research il 74% delle aziende B2B ha un profilo regolarmente aggiornato su Linkedin e il 73% su Twitter, mentre Facebook è usato attivamente dal 53%.

I contenuti più "engaging" sono i video che nel 55% dei casi hanno un impatto molto alto.

Per quanto riguarda gli obiettivi che le aziende si propongono di raggiungere attraverso i social, se nel 2013 generare traffico verso il sito era indicato nel 56% dei casi, nel 2014 questa percentuale è scesa al 37%, mentre è diventata prioritaria la leads generation, ovvero l'acquisizione di contatti, indicata quest'anno nel 47% dei casi (mentre l'anno scorso era al 36%).

Di seguito un' infografica che riassume le principali evidenze emerse dallo studio:

mercoledì 2 aprile 2014

La Valle d'Aosta sui Social Network

La presenza e l'interazione sui social network oltre che per le aziende, diventa fondamentale anche per i territori. Per promuoverli al meglio. TGR Valle d'Aosta ha chiesto a Reputation Manager di analizzare la presenza sui social network di una delle più belle regioni d'Italia, per capire quali sono i suoi aspetti più virali e condivisi in Rete.
Quanto è presente la Valle d'Aosta sui social network? Quali sono le pagine, i gruppi e i video più condivisi on line? Di cosa si parla?
Ecco l'analisi:



E qui trovate il  servizio di TGR Valle d'Aosta andato in onda nell'edizione delle 14:00 del 26 marzo:

martedì 25 marzo 2014

Bufale on line: chi ci crede e perché

Le persone in Rete prestano la medesima attenzione a notizie verificate che a quelle prive di fondamento, e quelli che abboccano più spesso alle bufale sono gli utenti che privilegiano i canali di informazione alternativa, dunque quelli che si direbbero più informati. E' quanto risulta dallo studio "Collective Attention in the Age of (Mis)Information" condotto da un gruppo di ricercatori delle Università di Lucca, Lione e della Northeasten di Boston.



Profili fake che parlano a nome di personaggi pubblici esistenti, false notizie lanciate da personaggi inesistenti, falsi annunci di morti, catastrofi naturali e scandali. I social network sono invasi ogni giorno da questi contenuti, che si diffondono rapidamente e in modo massiccio, grazie al meccanismo della condivisione automatica: come se, anche dalla parte di chi legge, non ci fosse un essere pensante che verifica l'informazione prima di condividerla. E' recente il caso del Senatore Cirenga che dalla sua pagina Facebook comunicava l'approvazione in Senato di un disegno di legge che stanziava 134 miliardi di euro per tutti i deputati non rieletti e rimasti senza lavoro. Il post in meno di un mese è stato condiviso 35 mila volte sull'onda dell'indignazione generale. Ma prima di indignarsi e condividere sarebbe bastato soffermarsi sul fatto che 134 miliardi di euro corrispondo a circa un decimo del nostro Pil, un valore spropositato perfino per gli sprechi a cui siamo abituati, per capire che si trattava di una notizia palesemente falsa. Oppure sarebbe bastato appurare che il Senatore Cirenga non esiste.

Ma qual è l'aspetto che fa assurgere una semplice fesseria lanciata dal singolo, allo status di bufala collettiva universalmente condivisa?

Se ci facciamo caso si tratta sempre di contenuti che fanno leva sull'emotività, prevalentemente negativa, sul pregiudizio e sulla curiosità. Per fortuna la Rete insieme al problema, fornisce anche l'antidoto, per cui così come sono cresciute, le bufale nel giro di poco si sgonfiano.

Questo meccanismo di creazione della credenza però è sempre in atto. Ed è strettamente legato al concetto di influenza delle opinioni. Qualche giorno fa discutevamo di quanto un social network come Twitter tenda ad essere "conservatore" perché nel flusso inarrestabile delle informazioni, si impongono delle opinioni dominanti, dei trend, soprattutto grazie all'azione dei cosiddetti "influencer" che riescono a far emergere in modo preminente il proprio punto di vista su quello di altri.

Anche nel semplice scambio di opinioni on line, la verità non esiste. Oppure è qualcosa di molto relativo e a volte il confine con l'informazione scorretta è molto labile, specie se il mediatore del contenuto è una persona influente che vuole far passare un determinato tipo di messaggio.  L'informazione mediata e sapientemente orientata nel dialogo quotidiano in Rete, è più pericolosa della bufala che rapidamente si diffonde e altrettanto rapidamente viene smontata.

Spesso sono i consumatori alla ricerca di informazioni su un prodotto, ad imbattersi in recensioni false, esperienze personali costruite a tavolino, e sicuramente come accade per le grandi bufale, il contenuto che più di altri fa leva sull'emotività, tipicamente l'esperienza negativa, influenza in modo più forte l'opinione finale, e le scelte di acquisto.

E' facile intuire perché anche le aziende debbano fare attenzione a queste dinamiche, evitando di assecondarle: la loro reputazione on line si basa proprio sullo scambio di opinioni e di influenza e pensare di risolvere le controversie inquinando di false opinioni (magari su un competitor) un ambiente già soggetto al rischio della falsa credenza, non giova a nessuno.







venerdì 21 marzo 2014

Twitter è conservatore? Come un'opinione si trasforma in trend

Twitter tende ad essere conservatore, "una volta che l'opinione pubblica si stabilizza, difficilmente subisce variazioni". E' quanto sostiene uno studio di due ricercatori cinesi, Fei Xiong e Liu Yun della Beijing Jiaotong University pubblicato sulla rivista scientifica Chaos.  .

I ricercatori hanno condotto lo studio su un volume di sei milioni di messaggi twittati in un arco di tempo di sei mesi e hanno organizzato i tweet in base ad argomenti, procedendo nell'analisi dell'evoluzione del sentiment espresso dagli autori dei commenti. Dall'analisi è emerso che le tendenze evolvono in maniera veloce fino a raggiungere un livello di stabilizzazione di un'idea che diventa dominante e rimane tale a lungo termine.


In questo processo di formazione dell'opinione pubblica su Twitter, che può essere preso a modello anche per altre piattaforme social, il cosiddetto "endorsement" ha una funzione fondamentale. Difatti se un'idea o un'opinione sostenuta da una minoranza viene ripresa e condivisa da più parti, questa avrà maggiori chance di creare un consenso più ampio e diventare preponderante nell'insieme variegato di opinioni, pur non raggiungendo il consenso totale.

Al contrario le porzioni di utenti che sostengono opinioni minoritarie non avranno la capacità di imporsi e stravolgere il trend in ascesa dell'idea dominante. Questa consapevolezza può essere sfruttata da società e candidati politici che possono rintracciare negli schemi di comportamento degli utenti coordinate per veicolare l'opinione pubblica, o per interpretare la reazione degli utenti alle loro mosse, iniziative o affermazioni.

Ulteriore aspetto interessante della ricerca risiede proprio nell'analisi del comportamento degli utenti di Twitter, i quali usano il social non solo per diffondere le proprie idee ma anche per scopi di apprendimento. Spesso gli utenti consultano i 'cinguettii' degli altri per sapere le ultime novità su un argomento, una notizia, una tendenza o anche per trovare conferma delle proprie idee in ciò che viene postato da altri.

Quest'ultimo aspetto potrebbe essere tenuto ulteriormente sotto osservazione dagli opinion makers affiliati ai candidati politici stessi, al fine di portare nella propria direzione l'idea politica del singolo individuo "indeciso".

Twitter e altri social networks si rivelano dunque importanti piattaforme dove si forma il consenso pubblico, che necessitano di costanti e approfondite osservazioni sul comportamento e la mentalità dei loro utenti. Si tratta di un vasto contenitore di idee e pensieri per un volume totale di 500 milioni al giorno, prodotti sottoforma di tweet da più di 500 milioni di utenti. Quale sarà il prossimo cinguettìo Tad imporsi tra tutti gli altri? Un monitoraggio continuativo di fenomeni ed eventi potrebbe avere anche una funzione predittiva, ed individuare prima i possibili topic destinati a fare "tendenza".

mercoledì 19 febbraio 2014

Attenti al lusso: Greenpeace bacchetta i big della moda alla Fashion Week

La Fashion Week apre i battenti a Milano, ma non senza polemiche. In queste ore gli attivisti di Greenpeace stanno manifestando all'interno della galleria Vittorio Emanuele contro le aziende del lusso "tossico" restie ad aderire alla campagna "Detox", lanciata nel 2011 dall'organizzazione per sensibilizzare le l'opinione pubblica e soprattutto le aziende ad una produzione responsabile e sostenibile.

La campagna nasce dalla scoperta di sostanze pericolose per la salute e l'ambiente negli abiti dei grandi marchi del lusso. L'alta moda è garanzia di fiducia per il consumatore che crede nella corrispondenza tra costi elevati e alta qualità dei materiali e della produzione, ma non è sempre così secondo i ricercatori di Greenpeace, che lo scorso 17 febbraio hanno pubblicato un rapporto che rivela una verità scomoda per i grandi brand dell'abbigliamento e preoccupante per i fashion victims.


Nel mirino di Greenpeace ci sono ben otto case di abbigliamento produttrici di abiti per bambini, tra cui Dior, Dolce & Gabbana, Giorgio Armani, Hermès, Louis Vuitton, Marc Jacobs, Trussardi e Versace. Nell'ambito dell'indagine, dal titolo "Piccola storia di una bugia alla moda", sono stati effettuati test di laboratorio dettagliati su 27 prodotti di queste case, e i risultati sono stati tutt'altro che confortanti: la presenza di sostanze chimiche molto nocive e dannose per la salute, come nonilfenoli etossilati (NPE) è stata riscontrata su 16 di questi prodotti.

mercoledì 12 febbraio 2014

Parlamentari Pd e M5S sotto attacco hacker: danno alla reputazione per frasi oltraggiose e oscene su Twitter

Reputazione a rischio per Alessandra Moretti, deputata del Partito Democratico e Paola Taverna, ex capogruppo e senatrice del M5S, che la notte del 6 febbraio sono state vittime di attacco hacker su Twitter. Intorno alle 2 di notte, dai profili ufficiali delle due parlamentari sono partiti dei tweet dal contenuto osceno e oltraggioso, retwittati da molti utenti e ancora visibili sul social network.

Si tratta di un tipico caso di violazione dell'identità digitale di un personaggio pubblico, che ha più risonanza sul web proprio a causa del maggiore numero di follower che tali profili in generale hanno. Il controllo e monitoraggio della reputazione online è tanto più necessario quindi nel caso di una figura di rilievo pubblico, che non solo può essere più soggetta a incidenti simili ma richiede l'attuazione di una strategia ad ampio raggio sia su internet che sui social network.



A quattro giorni dal cyberattacco, sull'account Twitter della senatrice pentastellata figurano ancora visibili 18 tweet incriminati, con un media di 20 retweet l'uno e un massimo di 50 per alcuni. Questo flusso finora non arrestato non giova alla senatrice, continuando a far espandere il danno a macchia d'olio. Al contrario il deputato del Pd, Moretti, ha subito provveduto a far rimuovere i tweet "inappropriati" dal proprio account, spingendosi ben oltre con la pubblicazione di una lettera a Corriere della Sera, in cui viene evidenziata l'esigenza di provvedimenti legali che limitino questo genere di incidenti e ne puniscano i fautori.

Assieme al collega del Pd Francesco Sanna, Alessandra Moretti, ha annunciato infatti la presentazione di una proposta di legge contro la diffamazione online, che ha lo scopo primario di difendere soprattutto i minori, protagonisti attivi o passivi di episodi di cyberbullismo in rete. Per la Moretti è necessario stabilire il diritto all'oblio per i contenuti lesivi pubblicati con la rimozione e la deindicizzazione sia di articoli che di post dai motori di ricerca, estendendo di fatto la tutela contro le diffamazioni non solo ai quotidiani online ma anche ai social.

Entrambe le parlamentari hanno ricevuto messaggi di solidarietà, ma non sono mancate le polemiche da parte di qualcuno, che ha considerato opportunistico l'atteggiamento di Alessandra Moretti, in relazione alla sua mobilitazione sulla proposta di legge in seguito all'accaduto. La lesione dell'identità digitale nasconde insidie maggiori spesso proprio nelle conseguenze successive alla pubblicazione del contenuto lesivo. Si pensi ad esempio al coinvolgimento trasversale di persone terze citate nei tweet, come il presidente della Camera, Laura Boldrini, o alla stessa Alessandra Moretti che, nonostante abbia rimosso i contenuti in questione, risulta ancora citata nei post della Taverna. E si pensi ancora alle polemiche generate dalla reazione della stessa Moretti con la proposta di legge contro il cosiddetto "hate speech" (incitazione all'odio) online, che dimostra come spesso ad un passo falso in rete ne possa seguire uno ulteriore, frutto di una cattiva o distratta gestione della crisi reputazionale.

L'oltraggio mediatico e social ha una valenza negativa in misura maggiore per i politici, per i quali una cattiva reputazione online potrebbe compromettere il consenso degli elettori. Pertanto, la gestione della comunicazione e dell'immagine digitale non deve essere sottovalutata, ma migliorata impostando strategie di monitoraggio e intervento costante nel tempo e non solo nelle circostanze di crisis.
A tale scopo può essere messa in atto una serie di azioni che comprendono:

  • la realizzazione e l'aggiornamento delle pagine di Wikipedia, contenenti informazioni esaustive del proprio curriculum; 
  • creazione e gestione di un blog, con la funzione di "portavoce digitale" delle proprie idee e campagne politiche;
  •  utilizzo di espedienti informatici come l'indicizzazione sui motori di ricerca per evidenziare particolari contenuti a beneficio della propria immagine. 
Non ultima, l'interazione sui social deve rispondere sempre al buon senso e all'appropriatezza dei contenuti, oltre che puntare sulla costruzione di un rapporto più diretto e sincero con l'elettore/utente.