martedì 28 gennaio 2014

Facebook compie 10 anni: da mezzo della comunicazione "social" a strumento contro il crimine

Se Facebook fosse una nazione sarebbe una delle più popolose del pianeta: la piattaforma social più famosa del mondo inaugura il decimo anniversario della sua nascita con un miliardo di iscritti e un fatturato di 5 miliardi di dollari. Era il 4 febbraio del 2004 quando per la prima volta Mark Zuckerberg ha lanciato il sito, spalancando le porte all'era 2.0 e inaugurando una vera e propria rivoluzione nelle nostre vite quotidiane.

L'introduzione del social network ha portato grandi cambiamenti non solo sociali, ma anche economici. Semplici pulsanti come "Mi piace" o i "tag" sono diventati elementi di analisi per gli esperti di marketing, in quanto serbatoi dei nostri desideri, preferenze e aspirazioni. Di certo, anche il concetto di privacy ha subito uno scossone rispetto alla tradizionale percezione di noi stessi in "pubblico", sdoganando da un lato i tabù della visibilità online e diventando dall'altro  una vetrina per chi ama esibirsi e socializzare. Le declinazioni e i risvolti dell'uso di Facebook nella vita quotidiana sono tanti e complessi, alcuni negativi (si pensi al furto d'indentità digitale, al cyberbullismo, etc), altri positivi (velocità e agilità di comunicazione e diffusione dei contenuti).

lunedì 27 gennaio 2014

Disconnect: le insidie della Rete


I social network e la rete sono sfuggiti al nostro controllo? Sembra partire da questo quesito Disconnect, esordio nel cinema di finzione di Henry Alex Rubin, giovane regista già candidato all’Oscar per il miglior film documentario con Murderball. È infatti il web, o meglio l’uso distorto che si fa di questo mezzo, il protagonista principale delle storie.

Una famiglia viene sconvolta dal tentativo di suicidio del figlio minore, vittima di cyberbullismo. Una giornalista vuole sfondare grazie alla storia di un adolescente che si vende sulle video chat hard per far soldi. Una donna, dilaniata dal dolore per la perdita del figlio, cerca conforto parlando con uno sconosciuto online, che forse la sta sfruttando per dilapidare il suo conto corrente e quello del marito. Le tre vicende, come in Crash di Paul Haggis o in un film di Alejandro González Iñárritu, si intrecciano e formano una struttura schematica ma funzionale al messaggio che si vuole veicolare. Nel mondo della rete globale, l’individuo sembra ancora più solo e la comunicazione sul web ha portato all’incapacità di comunicare nella vita reale. Il virtuale, secondo la tesi del regista, è diventato quindi un’alternativa nella quale rifugiarsi, una fuga dai problemi quotidiani. Le indiscutibili opportunità offerte da internet possono rivelare altresì delle insidie e le vittime più probabili sembrano proprio i deboli, ovvero chi sta attraversando il delicato periodo dell’adolescenza, chi prova a ricostruire il suo matrimonio dopo un lutto e chi, per tirare avanti, è costretto a farsi sfruttare e a vendere il proprio corpo.

È un film a tesi Disconnect che, pur nei limiti imposti da questa scelta narrativa e stilistica, si rivolge a un target giovanile provando a illustrare il problema della dipendenza da social network e, più in generale, da un qualsiasi mezzo tecnologico. La moltiplicazione della comunicazione indiretta è resa esplicitamente dal regista attraverso la presenza costante di chat, tablet e smartphone. Realtà e mondo virtuale sembrano procedere parallelamente fino a un avvenimento deflagrante in grado di farli convergere, magari causato da una semplice foto, sottratta con l’inganno e diffusa in rete, in grado di ledere in maniera incontrovertibile la reputazione di un individuo. Disconnect è uno dei pochi film ad affrontare in maniera così esplicita questo problema e a far riflettere sull’importanza assunta dal web nella nostra società. Siamo veramente diventati dipendenti da internet? Quella descritta è una realtà o una previsione distopica?

Il cinema americano, specialmente quello indipendente, si è sempre interrogato sulla presunta “fine del sogno” e sullo sfaldamento dei valori della civiltà. L’opera di Rubin si inserisce in questo lungo percorso, spesso costellato di dipendenze e fughe in paradisi artificiali, lasciando un barlume di speranza. Non siamo in un Requiem for a dream, tanto per parafrasare il titolo di un film manifesto di Darren Aronofsky, ma il problema sollevato non deve essere sottovalutato e va sottoposto soprattutto ai giovani e alle future generazioni, educando a un utilizzo maturo e consapevole del web.

giovedì 23 gennaio 2014

"Una vita da social" l'iniziativa della Polizia di Stato che educa i giovani ad essere "connessi" nel modo giusto

"Una vita da social" è la tipica vita di molti adolescenti odierni, ma è anche il nome di un progetto presentato in questi giorni dalla Polizia di Stato in collaborazione con il Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, volto a sensibilizzare i giovani all'uso "senza rischi" della rete. I risvolti negativi dell'utilizzo dei social network da parte dei giovanissimi e i numerosi casi di cronaca sui suicidi per cyberbullismo, hanno scosso l'opinione pubblica, rendendo urgente un intervento delle istituzioni in questo senso.

Dopo la pubblicazione di un Codice di regolamento online che coinvolge direttamente bambini e adolescenti tramite la segnalazione di atti di bullismo online (Al via il Codice contro il cyber-bullismo. Maggiore attenzione all'identità digitale dei minori), si è scelta una modalità anche più ludica per coinvolgere i giovani di tutta Italia: un autocarro itinerante percorrerà la penisola in lungo e in largo organizzando delle sessioni didattiche e divulgative su come migliorare la propria vita digitale, senza incorrere nei pericoli del web e degli user "cattivi". "L'iniziativa nasce pirnciplamente contro il cyberbullismo - ha spiegato il capo della Polizia Alessandro Pansa - e contro la seconda più grande minaccia, l'adescamento, che può avere soltanto fini economici e commerciali, essere finalizzato alla truffa o al furto di denaro, ma che altre volte serve ad attrarre giovani e ragazze a incontri o appuntamenti che poi possono finire in maniera tragica".

giovedì 16 gennaio 2014

Il Drago dell'e-commerce: il 2014 sarà l'anno della Cina

"Naviga, confronta, paga" sono le parole d'ordine dei consumatori dell'era 2.0, e anche le tre semplici mosse per concludere i propri acquisti non solo comodamente dalla poltrona di casa, ma da qualsiasi luogo in cui ci troviamo. E' la nuova frontiera dell'e-commerce, che si evolve progressivamente verso le piattaforme mobili di smartphone e tablet. Le vacanze di Natale appena trascorse lo dimostrano: la percentuale di vendite attraverso i terminali mobili ha raggiunto il picco del 28,9% rispetto all'anno precedente, secondo quanto riportato a gennaio da IBM.

Il mobile-commerce sta cavalcando un trend di crescita del 255% rispetto al 2012 destinato a non fermarsi. Sono 14 milioni gli italiani che acquistano online e una parte consistente di utenti tende sempre di più ad osservare le "vetrine digitali" e procedere al pagamento con un click direttamente dal cellulare. La multicanalità dell'e-commerce di certo ha favorito l'aumento delle vendite del comparto online, parallelamente alla penetrazione dell'uso di smartphone e tablet tra la popolazione.

Ma mentre il nostro commercio online vale solo 12,6 miliardi di euro, il vero gigante dell'e-commerce a livello mondiale è la Cina, in cui il valore tocca i 190 miliardi di dollari. Il distacco è sbalorditivo, ma occorre tenere presente che la popolazione online del Dragone è di 564 milioni e si appresta a superare la quota di 750 milioni entro il 2015. Basti pensare che nel corso del 2012 gli e-shopper cinesi hanno speso 213 miliardi di dollari dal proprio device fisso o mobile.

Il 2013 è stato infatti l'anno dei record per la Cina digitale, grazie anche alle performance dei suoi colossi, come quella di Alibaba.com, che con i suoi 160 miliardi di dollari di fatturato ha superato la totalità delle vendite online dei player USA. Transazioni da capogiro si possono verificare nell'arco di una sola giornata, come è accaduto lo scorso 11 novembre, durante lo Shopping Festival organizzato da Alibaba, in cui le vendite online hanno raggiunto i 5,7 miliardi di dollari in sole 24 ore. L'ondata di successo di Alibaba è destinata a proseguire nei prossimi anni, secondo le previsioni di Jonathan Lu, ceo della società, secondo il quale entro il 2016 Alibaba supererà il gigante statunitense Walmart nel commercio, triplicando il volume delle transazioni su tutte le sue piattaforme di vendita (Tmall, Taobao, etc.).

lunedì 13 gennaio 2014

I dottori googlano i pazienti. Tra diagnosi 2.0 e rischi per la privacy

Capita spesso di utilizzare il web per fare ricerche su sintomi, cause e cure di malattie, come è allo stesso modo frequente fare ricerche online per scegliere il medico a cui rivolgersi. Il passaggio da "utente" a "paziente" può essere favorito, infatti, dal passaparola di internet e dalla visibilità dell'esperto sui siti specialistici, forum, blog e social network. Questi canali sono diventati una vetrina per i medici, soprattutto per quali più attivi nei siti relativi alla propria specializzazione.

Ma come la prenderebbero i pazienti se scoprissero che anche i dottori fanno ricerche online su di loro? Eppure sono tanti gli specialisti che "googlano" il nome dei loro pazienti sui motori di ricerca. Lo ha dichiarato Haider Javed Warraich, medico del Beth Israel Deaconess medical center di Boston, in un articolo sul New York Times (link), che ha generato un vivido dibattito sulla tutela della privacy dei cittadini.

Warraich sostiene che la ricerca delle informazioni pubbliche dei pazienti permette di aumentare l'empatia con gli stessi e migliorare la prestazione medica. Inoltre, sapere se il paziente ha omesso dettagli importanti per o se sta seguendo la cura del medico, non solo agevola il lavoro del professionista ma può davvero migliore la salute del malato.


A dimostrazione di ciò, il medico di Boston riporta una serie di casi relativi alla sua esperienza, come ad esempio quello di un'aziana signora giunta in ospedale con gravi problemi di respirazione, che sembravano essere causa di un abuso di droga. Effettuato il test antidroga, credendo si trattasse di un'ingestione accidentale, la paziente è risultata positiva e, tra l'incredulo e il dubbioso, proprio tramite internet è stato possibile verificare che la signora era stata in carcere per possesso di droga dieci anni prima. Un altro caso, attribuito all'esperienza di altri specialisti, riguarda quello di una giovane donna di 26 anni che ha richiesto una mastectomia profilattica bilaterale con ricostruzione, affermando di aver avuto un melanoma qualche anno prima. Ma la sua storia ricca di incongruenze ha insospettito gli esperti spingendoli ad effettuare delle ricerche online per vederci più chiaro. La ragazza si è rivelata una truffatrice, in quanto aveva aperto varie fanpage su Facebook per raccogliere donazioni per la cura. 

Warraich si affretta a fare delle precisazioni sulla questione, sostenendo che lo scopo di queste ricerche deve essere solo ed esclusivamente la sicurezza del paziente: per esempio, in caso di pazienti malati di psicosi per verificare se quanto hanno dichiarato è vero, oppure in caso di rischio di suicidio o per reperire i contatti dei familiari dei pazienti restii alle cure. Secondo uno studio congiunto della Harvard Medical School e del McLean Hospital, prima di informarsi online su un paziente, gli specialisti devono analizzare bene le proprie intenzioni e le probabili conseguenze sul trattamento, in modo da agire sempre nel rispetto dell'etica professionale.

Il rapporto tra medici e social media è oggetto da tempo di studi per stabilire le regole del comportamento nei rapporti online tra medico e paziente. La British Medical Association ha pubblicato delle linee guida nella gestione dei social media da parte dei dottori e studenti di medicina. I punti chiave più importanti da seguire riguardano l'impostazione restrittiva della privacy e l'astensione dal pubblicare commenti sui propri pazienti o colleghi. La BMA raccomanda soprattutto ai dottori di non accettare richieste di amicizia su Facebook da parte di pazienti attuali e passati, tenendo sempre in mente che la propria immagine digitale può avere un impatto forte sulla propria condotta professionale.

La questione della ricerca delle informazioni sul paziente online, tuttavia, ha scatenato alcune preoccupazioni tra gli utenti in merito alla tutela della privacy o agli scambi di persona. Si pensi ad esempio ai casi di omonimia che potrebbero trarre in inganno i dottori, portandoli a raccogliere informazioni errate sui pazienti, che si riferiscono in realtà ad altre persone. Lo stesso Warraich raccomanda di dare sempre la precedenza ai metodi "tradizionali", quelli basati sul dialogo faccia a faccia con i pazienti.


giovedì 9 gennaio 2014

Al via il Codice contro il cyber-bullismo. Maggiore attenzione all'identità digitale dei minori

Secondo i dati diffusi lo scorso anno al convegno "Cyberbullismo e rischio di devianza", organizzato dal Ministero dell'Istruzione, il 26% dei ragazzi in Italia è vittima di questo problema, mentre il 23,5% commette atti di bullismo online. Lo scorso mercoledì il governo ha compiuto un passo in avanti nella direzione della tutela dei minori online. La prima bozza del Codice di autoregolamentazione contro il cyber-bullismo è stata approvata al tavolo di lavoro presieduto dal Ministero dello Sviluppo Economico, Agcom, Polizia Postale e delle comunicazioni e l'Autorità per la privacy e Garante per l'infanzia, in presenza di alcune associazioni di categoria e di alcuni operatori (tra cui Google e Microsoft). Gli enti coinvolti hanno elaborato di concerto la bozza, aperta alla consultazione pubblica da parte degli utenti, che hanno inoltre la possibilità di contribuire all'integrazione del codice con suggerimenti e osservazioni.

Il testo, reperibile per i prossimi 45 giorni sul sito del Mise (link), dimostra la crescente consapevolezza delle istituzioni verso la regolamentazione dei reati online, e della necessità di varare norme per favorire un uso consono degli strumenti digitali. Tutte le parti coinvolte sono chiamate ad impegnarsi, dai fornitori di servizi di social-networking agli utenti stessi, adolescenti e bambini, che possono segnalare i casi di cyber-bullismo o cyber-stalking direttamente online. Gli stessi operatori che aderiranno al Codice, sono chiamati ad intervenire rimuovendo i contenuti segnalati entro due ore dalla richiesta pervenuta, al fine di evitare o limitare la diffusione a macchia d'olio di foto e contenuti lesivi della dignità e delle reputazione personale delle vittime.

Gli operatori che forniscono piattaforme di User Generated Content, secondo quanto previsto dagli artt. 1 e 2 del Codice, si impegneranno a rendere visibili e facilmente accessibili agli utenti gli strumenti di segnalazione dei reati. Ulteriore impegno deve essere fornito dagli operatori aderenti ad intraprendere iniziative di sensibilizzazione sull'argomento.

Queste nuove misure sono volte a veicolare un uso consapevole della rete, al fine di limitare e contrastare il fenomeno dei suicidi causati da episodi di cyber-stalking, furto d'identità e flaming (pubblicazione di messaggi violenti e volgari). Hanno suscitato rabbia e scalpore tra l'opinione pubblica i numerosi casi di ragazzi giunti a compiere gesti estremi in seguito ad atti di discriminazione sul web che hanno avuto ripercussione sull'esistenza off-line e la sanità psicologica delle vittime.

L'aggressività di alcuni individui nei confronti di altri più sensibili in età adolescenziale, è un fenomeno già esistente, che ha visto la curva andare verso l'alto con la diffusione dell'uso dei social network. La facilità di interazione e l'anonimato hanno incentivato gli episodi di prevaricazione e bullismo sul web. Tuttavia, la consapevolezza di possedere un'identità digitale, parallela all'esistenza reale, è sempre maggiore tra gli individui, soprattutto tra i minori, come è in aumento anche l'attenzione delle istituzioni verso i problemi sociali dell'era 2.0.

L'iniziativa intrapresa con il Codice di autoregolamentazione è una misura di "soft law" del governo, alla quale occorrerebbe integrare una strategia di monitoraggio a 360° dei casi di cyber-bullismo online ed un regolamento ad hoc che interessi non solo gli aderenti, ma tutti gli operatori. Questa iniziativa, comunque, si aggiunge a quella già avviata dalla Polizia di Stato, che ha predisposto una sezione sul sito per le denunce dei reati online da parte dei cittadini, ed ha avviato, inoltre, progetti di cooperazione tra istituti scolastici a livello regionale e provinciale. L'istituzione di un organismo nazionale preposto potrebbe essere un ulteriore passo in avanti in questa direzione, magari attraverso la collaborazione con team di specialisti dell'analisi della reputazione e nel monitoraggio di contenuti online. Un'iniziativa simile è stata adottata da una scuola della periferia di Los Angeles, che ha fornito l'appalto ad un'azienda attiva nell'analisi dei social media al fine di garantire la sicurezza dei propri studenti. Attraverso l'individuazione su Twitter, Facebook e altri social di parole chiave relative a messaggi denigratori o di minaccia, l'azienda è riuscita a frenare altri casi di suicidio, dopo quelli compiuti da alcuni studenti fino a due anni prima. Prendendo spunto da questa iniziativa, l'estensione di un progetto simile a tutte le scuole o addirittura a tutti i fornitori di servizi di User Generated Content, attraverso il coordinamento di istituzioni preposte, potrebbe costituire un tentativo ad ampio raggio e più concreto nella lotta contro il cyber-bullismo.



venerdì 3 gennaio 2014

Quando le istituzioni sono social: gli errori da non fare per evitare danni alla reputazione

Con l'emergere frequente di casi di danno all'immagine digitale di privati ed aziende, si diffonde sempre di più la necessità di adeguarsi ad un comportamento online uniforme ed in linea con il buon senso. Queste regole di comportamento valgono doppio per alcuni utenti: le istituzioni.

Se un passo falso online può costare caro a tutti (si consideri il recente caso di Justine Sacco, la pr che ha pubblicato un tweet dal tono razzista prima di imbarcarsi per un viaggio in Sudafrica e ha ricevuto all'arrivo al notizia del licenziamento), per i soggetti istituzionali la gestione degli account ufficiali richiede maggiore impegno e responsabilità, in quanto maggiore è la risonanza delle loro affermazioni nella piazza digitale. Un messaggio improprio o errato può essere controproducente per la reputazione online, ed attrarre polemiche indesiderate.

Un incidente su Twitter ha reso protagonista la Questura di Roma, nell'occhio del ciclone per via di un tweet inopportuno comparso sull'account istituzionale, in cui veniva paragonato lo sgombero di un magazzino allo sgombero di un campo rom. "Ho risistemato lo sgabuzzino.. m'è sembrato lo sgombero in un campo nomadi... meno male che sono preparata!!!!!", è il tweet comparso sull'account ufficiale della questura capitolina intorno alle 18.20 del giorno di Santo Stefano.

Ma come si sa, il web non conosce tempi e orari della vita offline, e nonostante l'attenzione fosse focalizzata sulle festività e sugli auguri, il tweet non è sfuggito a qualcuno tra i 2.065 follower della questura, che hanno ben presto definito "razzista" l'affermazione e inopportuna per un ente istituzionale.

Il tweet è stato prontamente rimosso, e dopo i dovuti accertamenti, la questura ha dichiarato che si è trattato di un errore grossolano da parte di un funzionario dello staff addetto alla gestione della comunicazione social, che ha effettuato l'accesso all'account istituzionale credendo fosse quello privato.

Per quanto sia umana e possibile una distrazione del genere, una gestione delle reputazione online corretta prevede anche questo tipo di disguidi, che devono essere prevenuti con l'impiego di personale responsabile e altamente specializzato in quello che è diventato una vera e propria professione con specifiche competenze. Lo sanno bene gli uffici stampa e i gli esperti di comunicazione, che hanno dovuto riadattare le vecchie tecniche ai cambiamenti dell'era 2.0.

Al di là del contenuto dell'affermazione, certamente indelicata, in questo caso il danno risiede nel "contenitore" della stessa. La gestione multipla di un account, aziendale e ancor di più istituzionale, non è un aspetto da sottovalutare e prevede l'impiego di un team specializzato e di un tipo di comunicazione chiara, diretta e soprattutto discreta. La pubblica amministrazione ed i personaggi della vita politica ed economica del paese ritengono sempre più importante essere presenti sul web e sui social network. Internet può essere un ottimo strumento per accorciare la distanza tra istituzioni e pubblico, a vantaggio anche delle attività offline. La consapevolezza di rivolgersi ad un audience numericamente maggiore, unita al buon senso che comporta la posizione ricoperta, devono veicolare un uso consono degli strumenti digitali, che siano, nel caso delle istituzioni, di utilità per l'intera comunità.