lunedì 27 gennaio 2014

Disconnect: le insidie della Rete


I social network e la rete sono sfuggiti al nostro controllo? Sembra partire da questo quesito Disconnect, esordio nel cinema di finzione di Henry Alex Rubin, giovane regista già candidato all’Oscar per il miglior film documentario con Murderball. È infatti il web, o meglio l’uso distorto che si fa di questo mezzo, il protagonista principale delle storie.

Una famiglia viene sconvolta dal tentativo di suicidio del figlio minore, vittima di cyberbullismo. Una giornalista vuole sfondare grazie alla storia di un adolescente che si vende sulle video chat hard per far soldi. Una donna, dilaniata dal dolore per la perdita del figlio, cerca conforto parlando con uno sconosciuto online, che forse la sta sfruttando per dilapidare il suo conto corrente e quello del marito. Le tre vicende, come in Crash di Paul Haggis o in un film di Alejandro González Iñárritu, si intrecciano e formano una struttura schematica ma funzionale al messaggio che si vuole veicolare. Nel mondo della rete globale, l’individuo sembra ancora più solo e la comunicazione sul web ha portato all’incapacità di comunicare nella vita reale. Il virtuale, secondo la tesi del regista, è diventato quindi un’alternativa nella quale rifugiarsi, una fuga dai problemi quotidiani. Le indiscutibili opportunità offerte da internet possono rivelare altresì delle insidie e le vittime più probabili sembrano proprio i deboli, ovvero chi sta attraversando il delicato periodo dell’adolescenza, chi prova a ricostruire il suo matrimonio dopo un lutto e chi, per tirare avanti, è costretto a farsi sfruttare e a vendere il proprio corpo.

È un film a tesi Disconnect che, pur nei limiti imposti da questa scelta narrativa e stilistica, si rivolge a un target giovanile provando a illustrare il problema della dipendenza da social network e, più in generale, da un qualsiasi mezzo tecnologico. La moltiplicazione della comunicazione indiretta è resa esplicitamente dal regista attraverso la presenza costante di chat, tablet e smartphone. Realtà e mondo virtuale sembrano procedere parallelamente fino a un avvenimento deflagrante in grado di farli convergere, magari causato da una semplice foto, sottratta con l’inganno e diffusa in rete, in grado di ledere in maniera incontrovertibile la reputazione di un individuo. Disconnect è uno dei pochi film ad affrontare in maniera così esplicita questo problema e a far riflettere sull’importanza assunta dal web nella nostra società. Siamo veramente diventati dipendenti da internet? Quella descritta è una realtà o una previsione distopica?

Il cinema americano, specialmente quello indipendente, si è sempre interrogato sulla presunta “fine del sogno” e sullo sfaldamento dei valori della civiltà. L’opera di Rubin si inserisce in questo lungo percorso, spesso costellato di dipendenze e fughe in paradisi artificiali, lasciando un barlume di speranza. Non siamo in un Requiem for a dream, tanto per parafrasare il titolo di un film manifesto di Darren Aronofsky, ma il problema sollevato non deve essere sottovalutato e va sottoposto soprattutto ai giovani e alle future generazioni, educando a un utilizzo maturo e consapevole del web.


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