lunedì 13 gennaio 2014

I dottori googlano i pazienti. Tra diagnosi 2.0 e rischi per la privacy

Capita spesso di utilizzare il web per fare ricerche su sintomi, cause e cure di malattie, come è allo stesso modo frequente fare ricerche online per scegliere il medico a cui rivolgersi. Il passaggio da "utente" a "paziente" può essere favorito, infatti, dal passaparola di internet e dalla visibilità dell'esperto sui siti specialistici, forum, blog e social network. Questi canali sono diventati una vetrina per i medici, soprattutto per quali più attivi nei siti relativi alla propria specializzazione.

Ma come la prenderebbero i pazienti se scoprissero che anche i dottori fanno ricerche online su di loro? Eppure sono tanti gli specialisti che "googlano" il nome dei loro pazienti sui motori di ricerca. Lo ha dichiarato Haider Javed Warraich, medico del Beth Israel Deaconess medical center di Boston, in un articolo sul New York Times (link), che ha generato un vivido dibattito sulla tutela della privacy dei cittadini.

Warraich sostiene che la ricerca delle informazioni pubbliche dei pazienti permette di aumentare l'empatia con gli stessi e migliorare la prestazione medica. Inoltre, sapere se il paziente ha omesso dettagli importanti per o se sta seguendo la cura del medico, non solo agevola il lavoro del professionista ma può davvero migliore la salute del malato.


A dimostrazione di ciò, il medico di Boston riporta una serie di casi relativi alla sua esperienza, come ad esempio quello di un'aziana signora giunta in ospedale con gravi problemi di respirazione, che sembravano essere causa di un abuso di droga. Effettuato il test antidroga, credendo si trattasse di un'ingestione accidentale, la paziente è risultata positiva e, tra l'incredulo e il dubbioso, proprio tramite internet è stato possibile verificare che la signora era stata in carcere per possesso di droga dieci anni prima. Un altro caso, attribuito all'esperienza di altri specialisti, riguarda quello di una giovane donna di 26 anni che ha richiesto una mastectomia profilattica bilaterale con ricostruzione, affermando di aver avuto un melanoma qualche anno prima. Ma la sua storia ricca di incongruenze ha insospettito gli esperti spingendoli ad effettuare delle ricerche online per vederci più chiaro. La ragazza si è rivelata una truffatrice, in quanto aveva aperto varie fanpage su Facebook per raccogliere donazioni per la cura. 

Warraich si affretta a fare delle precisazioni sulla questione, sostenendo che lo scopo di queste ricerche deve essere solo ed esclusivamente la sicurezza del paziente: per esempio, in caso di pazienti malati di psicosi per verificare se quanto hanno dichiarato è vero, oppure in caso di rischio di suicidio o per reperire i contatti dei familiari dei pazienti restii alle cure. Secondo uno studio congiunto della Harvard Medical School e del McLean Hospital, prima di informarsi online su un paziente, gli specialisti devono analizzare bene le proprie intenzioni e le probabili conseguenze sul trattamento, in modo da agire sempre nel rispetto dell'etica professionale.

Il rapporto tra medici e social media è oggetto da tempo di studi per stabilire le regole del comportamento nei rapporti online tra medico e paziente. La British Medical Association ha pubblicato delle linee guida nella gestione dei social media da parte dei dottori e studenti di medicina. I punti chiave più importanti da seguire riguardano l'impostazione restrittiva della privacy e l'astensione dal pubblicare commenti sui propri pazienti o colleghi. La BMA raccomanda soprattutto ai dottori di non accettare richieste di amicizia su Facebook da parte di pazienti attuali e passati, tenendo sempre in mente che la propria immagine digitale può avere un impatto forte sulla propria condotta professionale.

La questione della ricerca delle informazioni sul paziente online, tuttavia, ha scatenato alcune preoccupazioni tra gli utenti in merito alla tutela della privacy o agli scambi di persona. Si pensi ad esempio ai casi di omonimia che potrebbero trarre in inganno i dottori, portandoli a raccogliere informazioni errate sui pazienti, che si riferiscono in realtà ad altre persone. Lo stesso Warraich raccomanda di dare sempre la precedenza ai metodi "tradizionali", quelli basati sul dialogo faccia a faccia con i pazienti.



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