martedì 25 marzo 2014

Bufale on line: chi ci crede e perché

Le persone in Rete prestano la medesima attenzione a notizie verificate che a quelle prive di fondamento, e quelli che abboccano più spesso alle bufale sono gli utenti che privilegiano i canali di informazione alternativa, dunque quelli che si direbbero più informati. E' quanto risulta dallo studio "Collective Attention in the Age of (Mis)Information" condotto da un gruppo di ricercatori delle Università di Lucca, Lione e della Northeasten di Boston.



Profili fake che parlano a nome di personaggi pubblici esistenti, false notizie lanciate da personaggi inesistenti, falsi annunci di morti, catastrofi naturali e scandali. I social network sono invasi ogni giorno da questi contenuti, che si diffondono rapidamente e in modo massiccio, grazie al meccanismo della condivisione automatica: come se, anche dalla parte di chi legge, non ci fosse un essere pensante che verifica l'informazione prima di condividerla. E' recente il caso del Senatore Cirenga che dalla sua pagina Facebook comunicava l'approvazione in Senato di un disegno di legge che stanziava 134 miliardi di euro per tutti i deputati non rieletti e rimasti senza lavoro. Il post in meno di un mese è stato condiviso 35 mila volte sull'onda dell'indignazione generale. Ma prima di indignarsi e condividere sarebbe bastato soffermarsi sul fatto che 134 miliardi di euro corrispondo a circa un decimo del nostro Pil, un valore spropositato perfino per gli sprechi a cui siamo abituati, per capire che si trattava di una notizia palesemente falsa. Oppure sarebbe bastato appurare che il Senatore Cirenga non esiste.

Ma qual è l'aspetto che fa assurgere una semplice fesseria lanciata dal singolo, allo status di bufala collettiva universalmente condivisa?

Se ci facciamo caso si tratta sempre di contenuti che fanno leva sull'emotività, prevalentemente negativa, sul pregiudizio e sulla curiosità. Per fortuna la Rete insieme al problema, fornisce anche l'antidoto, per cui così come sono cresciute, le bufale nel giro di poco si sgonfiano.

Questo meccanismo di creazione della credenza però è sempre in atto. Ed è strettamente legato al concetto di influenza delle opinioni. Qualche giorno fa discutevamo di quanto un social network come Twitter tenda ad essere "conservatore" perché nel flusso inarrestabile delle informazioni, si impongono delle opinioni dominanti, dei trend, soprattutto grazie all'azione dei cosiddetti "influencer" che riescono a far emergere in modo preminente il proprio punto di vista su quello di altri.

Anche nel semplice scambio di opinioni on line, la verità non esiste. Oppure è qualcosa di molto relativo e a volte il confine con l'informazione scorretta è molto labile, specie se il mediatore del contenuto è una persona influente che vuole far passare un determinato tipo di messaggio.  L'informazione mediata e sapientemente orientata nel dialogo quotidiano in Rete, è più pericolosa della bufala che rapidamente si diffonde e altrettanto rapidamente viene smontata.

Spesso sono i consumatori alla ricerca di informazioni su un prodotto, ad imbattersi in recensioni false, esperienze personali costruite a tavolino, e sicuramente come accade per le grandi bufale, il contenuto che più di altri fa leva sull'emotività, tipicamente l'esperienza negativa, influenza in modo più forte l'opinione finale, e le scelte di acquisto.

E' facile intuire perché anche le aziende debbano fare attenzione a queste dinamiche, evitando di assecondarle: la loro reputazione on line si basa proprio sullo scambio di opinioni e di influenza e pensare di risolvere le controversie inquinando di false opinioni (magari su un competitor) un ambiente già soggetto al rischio della falsa credenza, non giova a nessuno.








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