venerdì 2 maggio 2014

Ego-surfing, cercarsi su Google:opportunità e risvolti psicologici dell'identità digitale

Si sente spesso parlare ultimamente di "ego-surfing", ovvero l'atto di inserire il proprio nome sui motori di ricerca per vedere quali risultati sono associati ad esso. Si tratta di un atteggiamento tipico dell'utente nato nell'era di internet, e diffusosi ulteriormente con l'avvento dei social network, che ha messo alla portata di tutti la conoscenza dell'identità digitale dei singoli individui.

Difficile resistere alla tentazione di scoprire come appariamo digitando il nostro nome su Google, e comune è la sensazione di rimanere delusi dalla presenza di omonimi o di risultati non afferenti alla nostra identità online. Lo sanno bene i gestori di attività commerciali, i ristoratori, le aziende che fanno a gara per apparire in cima ai risultati dei motori di ricerca, augurandosi di trovare recensioni e opinioni positive dei clienti. 

Tuttavia, la tendenza ad utilizzare i motori di ricerca per indagare sul proprio conto non riguarda solo le società o i liberi professionisti, ma i comuni individui, che stanno acquisendo ogni giorno di più la consapevolezza di quanto la propria identità digitale rappresenti il loro primo biglietto da visita, sia in contesti professionali che nelle relazioni personali.
Monitorare la propria immagine on line è dunque un'ottima abitudine, se ci aiuta a capire come migliorare la nostra identità digitale, quali aspetti risolvere e quali potenziare.

Ma è importante anche fare attenzione ai risvolti psicologici del fenomeno, l'ego-surfing può diventare una vera e propria ossessione per alcuni.

Un caso degno di nota, che fa riflettere sui risvolti psicologici di questa abitudine, è quello di Alessandro Piperno, autore di Pubblici Infortuni (Milano, Mondadori, 2013) e Inseparabili. Il fuoco amico dei ricordi (Milano, Mondadori, 2012), per citare le sue opere più recenti. Lo stesso scrittore confessa di essere stato dipendente in modo patologico dall'ego-surfing, e di essersi rivolto ad un'analista per risolvere quello che credeva essere un atteggiamento normale per un personaggio pubblico, ma che in realtà stava diventando un serio problema. 

Piperno scrive sull'inserto "La Lettura" del Corriere della Sera: «Era la primavera del 2006 quando presi atto che qualcosa dentro di me si stava squagliando. Dopo le prime settimane, in cui mi ero limitato a cercare sul web commenti positivi sul mio romanzo, l’ossessione aveva preso una nuova forma che non stento a definire dostoevskijana. Ormai i giudizi lusinghieri non mi interessavano più: ero avido di insulti, improperi, sarcasmi capziosi e gratuiti; ero in cerca di piccoli forum dedicati alla mia insulsaggine. E quando li scovavo, mi lasciavo andare a sentimenti pericolosi, in bilico tra voluttà e disperazione. Ansioso, ne parlai al mio analista. Il quale si mostrò tanto preoccupato quanto sollecito. Stilò un programma di rieducazione, che andava dal divieto di tenere acceso il modem durante il giorno, all’obbligo di fare una passeggiata ogni volta che sentivo l’esigenza di colmare, con contumelie e insulti, il mio vuoto interiore. Fu così che intrapresi un cammino di disintossicazione. Mi immaginavo in un gruppo di sostegno composto da autori esordienti affetti dalla stessa sindrome: "Buonasera, mi chiamo Alessandro Piperno, sono un ego-surfer…". E loro tutti in coro: "Buonasera, Alessandro!"».

Di certo l'ego-surfing,  inteso nelle sue manifestazioni più paradossali e ossessive, si configura come una delle conseguenze negative dell'era digitale, come il cyber-bullismo o la diffamazione online. Tuttavia, la giusta dose di curiosità e la consapevolezza di essere presenti sul web assicura la tutela della propria identità e dei contenuti visibili ad essa associati, qualora permetta di scoprire la presenza del proprio nome in contenuti impropri o mal posizionati sui motori di ricerca. 

Dunque, come per ogni cosa, meglio non esagerare, evitando che l'uso di internet degeneri nei suoi risvolti più negativi, sfociando in quanto ha scritto Andrew Keen in The Cult of the Amateur: «I blogger? Sono solo narcisisti digitali. Il web partecipativo? Milioni e milioni di scimmie esuberanti che stanno dando vita a una foresta infinita di mediocrità. Google? La versione 2.0 del Grande Fratello. Wikipedia? Un’enciclopedia fatta da ignoranti per ignoranti... Si sta imponendo una cultura del narcisismo digitale in cui si utilizza Internet per diventare noi stessi le notizie, l’informazione». Ovviamente si tratta di una provocazione portata alle estreme conseguenze. Al contrario un uso virtuoso dell'ego-surfing puo' risparmiarmi una serie di problemi, e garantirci molte opportunità di migliorare la nostra reputazione on line.

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