mercoledì 25 giugno 2014

Diritto all'oblio: siti e motori di ricerca responsabili della rimozione dei contenuti

E' molto attivo negli ultimi mesi il dibattito sul diritto all'oblio e i limiti alla libertà di informazione, scaturito dalla recente sentenza della Corte di Giustizia Europea contro Google, che a seguito della sanzione ha stabilito la possibilità per gli utenti di segnalare al colosso statunitense i contenuti inappropriati o obsoleti chiedendone l'eliminazione attraverso un modulo di richiesta online.

La questione è complessa perché concerne i labili confini tra la libertà di informazione e la difesa della privacy, diritto sempre più reclamato dagli utenti di fronte a situazioni di condivisione delle informazioni a macchia d'olio sul web e bombardamenti di messaggi pubblicitari su vari canali e piattaforme internet.


Uno dei cavilli più discussi ruota attorno alla questione sulle responsabilità delle parti coinvolte in caso di presenza e segnalazione di contenuti lesivi degli utenti. Difatti a seguito della recente sentenza della Corte Europea del 13 maggio 2014, non solo i siti internet, ma anche i motori di ricerca che offrono servizi di reindicizzazione e consultazione dei contenuti, sono chiamati ad intervenire rimuovendo le lesività segnalate. In caso di mancata rimozione dei contenuti, l'utente ha diritto di chiedere l'intervento del giudice che predisporrà l'ordine al fine di frenare l'ulteriore diffusione dei dati privati. La persona che ha subito il reato di diffamazione potrà essere tutelata anche in caso di morte, grazie al trasferimento dei diritti di tutela agli eredi o al convivente. E' questo l'emendamento al disegno di legge sulla diffamazione presentato dal senatore di Forza Italia, Giacomo Caliendo, e approvato oggi al Senato quasi all'unanimità, vedendo astenuti solo i senatori del M5S.

Il diritto all'oblio è uno dei temi più sensibili dell'era di internet e dei social network, che va a coinvolgere molti aspetti dell'esistenza digitale di un utente, non solo in caso di diffamazione on line. Si pensi ad esempio alle attività di raccolta dei dati personali effettuate dai provider di internet, che collezionano informazioni sulle nostre preferenze, attività e desideri, al fine di intercettare la nostra domanda di consumo.

Recente è anche l'iniziativa di Facebook di tracciare le attività degli utenti anche al di fuori dell'ambiente social interno, quindi anche su altri siti, uniformando la propria strategia a quella dei provider di servizi pubblicitari. L'annuncio da parte del colosso di Mark Zuckerberg non ha tardato a destare preoccupazione tra gli utenti, a cui è concessa comunque la possibilità di dare il consenso alla raccolta dei dati a Facebook. Disattivando i "cookies", infatti, sarà possibile impedire a Facebook di tracciare le proprie attività.

Facebook e altri provider stanno cercando di sensibilizzare l'utente da sempre refrattario a condividere online le proprie informazioni personali nel timore di violazioni della privacy, sulla opportunità di customizzare gli annunci da visualizzare, al fine di migliorare l'esperienza stessa dell'advertising digitale. In tal modo la domanda dell'utente potrebbe essere soddisfatta meglio da offerte commerciali mirate e in linea con i gusti e le aspirazioni del consumatore.