lunedì 7 luglio 2014

6 mila italiani chiedono a Google la rimozione di contenuti lesivi dal web. Francia prima per numero di richieste

Poco più di un mese è trascorso da quando Google ha predisposto il servizio di richiesta di rimozione dei link lesivi della reputazione personale dai risultati di ricerca. L'opzione messa a punto deriva infatti proprio dalla sentenza della Corte Europea che a maggio ha accolto la richiesta da parte di un cittadino spagnolo per la rimozione di alcuni contenuti relativi a una condanna per debiti ricevuta in passato. La Corte Europea ha infatti così determinato le condizioni per fare valere il diritto di "essere dimenticati sul web".
Ad oggi sono state circa 70 mila in totale le richieste giunte da tutta Europa al provider di consultazione e indicizzazione dei contenuti su internet più famoso e diffuso al mondo, e riguardano la rimozione di circa 267.550 link. Francia e Germania sono i paesi che hanno più a cuore la tutela della propria reputazione online con il numero più alto di richieste, seguiti da Regno Unito, Spagna e infine Italia da cui sono pervenute nell'arco dell'ultimo mese circa 5.934 richieste per 23.321 link da rimuovere. Per fronteggiare la grande mole di lavoro derivante dall'analisi e valutazione di ogn singolo link inviato, Google ha dovuto rimpolpare il team di legali e professionisti in grado di determinare se la richiesta è conforme alla legge. Il dubbio sollevato da molti riguarda infatti le richieste di rimozione di contenuti relativi a crimini, reati gravi e argomenti di interesse pubblico (come frodi ai danni della società, casi di cattiva sanità, etc.). Sebbene la stessa sentenza al punto 99 precisi quali siano i casi esenti alla richiesta di rimozione, quello del diritto all'oblio è un campo di valutazione molto complesso, dove il rischio di tutelare la privacy personale a scapito della libera informazione è spesso all'ordine del giorno, come dimostra la natura di alcune delle richieste accettate.



Presi di mira in particolar modo i siti di informazione online, che si reputano vittime ingiuste della sanzione contro Google. Caso rappresentativo della discutibile sentenza è quello della Bbc che si è vista eliminare un link di un noto blogger giornalista su un fatto risalente alla crisi finanziaria del 2007 che riguardava un ex banchiere di Wall Street, che però non ha mai inoltrato la richiesta di rimozione dell'articolo. Secondo alcune fonti, è molto probabile che a richiederne la rimozione sia stato un utente che ha subito una diffamazione nei commenti. Non sono pochi i paradossi emersi tra le 70 mila richieste inoltrate: si pensi ad esempio ad alcuni articoli del The Guardian che riguardano l'ex arbitro scozzese, Dougie McDonald, dimessosi nel 2010 a seguito di un errore nell'assegnazione di un rigore durante un match. Anche in questo caso Google è stato reticente sull'autore della richiesta (che non corrisponde a quello dell'arbitro) e sulle motivazioni per cui la richiesta è stata accolta, ma di fronte all'incompresibilità della stessa, i contenuti contestati sono stati ripristinati su Google.

Ulteriore paradosso della normativa sta nel fatto che cambiando motore di ricerca (ad esempio Bing o DuckDuckGo) i contenuti rimossi siano reperibili. Non solo, il diritto all'oblio non è riconosciuto nei Paesi al di fuori dell'Unione Europea. Le notizie segnalate, lungi dall'essere dimenticate, finora sono rimbalazate in fretta sui social network ottenendo maggiore visibilità e viralità. Le falle sono quindi molte e dimostrano che la normativa è difficile da standardizzare.

Forse non è un caso che da meno di due mesi dalla sentenza, episodi parossistici sul diritto all'oblio si alternino con così tanta frequenza, e non solo per la moltitudine delle richieste. Che Google stia mandando un segnale ben preciso sulla necessità di riaprire il dibattito legislativo sul diritto all'oblio? La reticenza di Montain View sulle faccende recenti sembra lasciarlo credere.


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