martedì 25 novembre 2014

Internet è un diritto dell'uomo per l'80% degli italiani

L'80% degli italiani ritiene che Internet dovrebbe essere riconosciuto come diritto dell'individuo, anche se il 55% si dichiara più preoccupato della sua privacy rispetto ad un anno fa, in particolare il 69% teme furti dei suoi dati bancari e il 71% di quelli personali. I dati emergono dalla ricerca Ipsos condotta in 24 Paesi per il "think tank" Cigi (Center for International Governance Innovation).

In definitiva quindi sembra che non possiamo fare a meno di Internet, anche se temiamo i rischi che derivano dal suo utilizzo. Si tratta di una dicotomia interessante che rispecchia in pieno il rapporto complesso delle persone con un mezzo di informazione e comunicazione dalle infinite potenzialità e che cambia ogni giorno, e ci costringe costantemente a riadattare le nostre categorie.

Altro aspetto interessante della ricerca è la percezione differente che si ha della rete nei vari Paesi. Ad esempio in Africa e Medio-Oriente si registra la percentuale più alta di chi considera il web un diritto dell'uomo (89%), un mezzo importante per accedere alle informazioni (96%) e per la libertà di espressione (88%). I dati rispecchiano perfettamente quello che si è verificato nel corso della primavera araba, dove Internet ha rappresentato un mezzo fondamentale per il passaggio delle informazioni durante le rivoluzioni.
Per quanto riguarda la privacy, a livello globale la percentuale di chi si ritiene più preoccupato rispetto al 2013 arriva al 64%, in particolare la paura più alta è per l'eventuale furto di dati bancari (78%), poi per il furto dei dati personali (77%), e infine il 74% teme il tracciamento e la vendita delle sue abitudini on line a scopo commerciale.

I risultati della ricerca comunicano quindi un'esigenza generalizzata delle persone a regolamentare maggiormente l'utilizzo della rete, in modo che  utilità e libertà di informazione non debbano sacrificare la sicurezza personale. Un messaggio importante che tutti i soggetti pubblici, dalle istituzioni alle aziende, dovrebbero cogliere e promuovere nell'ottica di una costruzione consapevole di una vera e propria cultura digitale.



lunedì 17 novembre 2014

"Facebook at work": i possibili impatti sull'identità digitale

Di solito quando pensiamo a Facebook in relazione al mondo del lavoro, l'associazione è negativa.
Ci vengono subito in mente i casi di persone che hanno perso il posto per colpa di quello che avevano postato sul social network, oppure delle aziende che ne bloccano l'utilizzo in ufficio per questioni di sicurezza o perché temono un calo della produttività.

A quanto pare Facebook avrebbe deciso di scardinare questa idea, creando una versione professionale della sua piattaforma.
Secondo quanto riportato dal Financial Times , il team di Zuckerberg starebbe lavorando in gran segreto al progetto "Facebook at work", una nuova versione del social a scopo esclusivamente professionale, per consentire ai colleghi di scambiare messaggi, condividere documenti e lavorare in condivisione sulla stessa piattaforma.

Il servizio potrà essere utilizzato da chi già possiede un profilo sul classico Facebook, ma le due identità potranno essere tenute separate, per poter continuare a condividere a livello privato contenuti personali che non saranno visibili nel profilo professionale.

Con questa mossa Facebook, oltre a provare a dar fastidio a Linkedin, ma anche a Microsoft e Google, punta senz'altro ad incrementare ulteriormente l'utilizzo quotidiano del mezzo, aumentando anche gli introiti pubblicitari che lo hanno fatto crescere finora.

Dal lato degli utenti potrebbero però verificarsi dei rischi, per quanto riguarda la gestione della propria (doppia?) identità.

Da un lato tenere separati i due profili risulterebbe comodo e tutto sommato coerente, ma dall'altro questo potrebbe incrementare la tendenza già esistente ad un utilizzo incauto del canale privato, rischiando di portare le persone a pensare che, dal momento che i due profili sono separati, si possa condividere senza remore qualsiasi tipo di contenuto nel profilo personale.

Ciò che deve essere invece ben chiaro, è che ogni canale associato al proprio nome, può influire sulla sfera lavorativa, anche se noi ne facciamo un uso esclusivamente privato.

Se possono essere separati i canali, l'identità digitale resta invece sempre una: un complesso mosaico di contenuti diversi, ma sempre in relazione tra loro e ognuno con uno specifico impatto sull'immagine complessiva della persona.

Se Facebook metterà realmente in atto questo progetto, sarà molto interessante valutare la reazione degli utenti in questo senso: come cambierà il rapporto con il social e soprattutto la gestione della propria identità on line?